Nel teatro delle ombre sono i fantasmi a rivelare tutti i segreti

La scrittura è un'accelerazione improvvisa della vita, nel silenzio chiuso della propria testa si smistano le contraddizioni fra azione e parola e la loro rapida corrispondenza. Quindi i miei rispetti a chiunque brandisca una penna per farne qualcosa, invece che non farlo, si sbatta in prima pagina o in un cassetto. Siamo quasi più scrittori che lettori, ci accomuna la fede nella parola che muove le cose. Che non s'impari un bel nulla dalle esperienze altrui è storicamente assodato, ma la lettura è esperienza propria. Dunque le mie non siano «critiche», ma parole da un uomo a un uomo, sulle parole di un uomo. Leggo oggi «Il teatro delle ombre» di Rita Parodi Pizzorno, genovese come me. Intanto abbiamo in comune «Genova verticale, vertigine, aria, scale», che se Caproni non l'avesse definita così con parole scritte, sarebbe solo Genova. Omettendo i concorsi letterari vinti dall'autrice semplicemente perché troppi, leggo che ha all'attivo poesie, programmi radiofonici e una dissertazione su Garcia Lorca. Con qualche indizio in più m'inoltro nel testo. Sono attratta dal titolo perché compaiono due parole chiave, «teatro» e «ombra» e perché si tratta di racconti. Il teatro è la casa dell'ombra e del doppio e il modulo del racconto non concede divagazioni. Il «Teatro delle ombre» di Rita Pizzorno, scandaglia riflessi di sé sconosciuti, i profili segreti di ognuno, l'istante in cui emerge l'inconscio. Ho amato per questo E. A. Poe, che sta sul confine del lago, tra il sogno e il vero, il giorno e la notte, corpo e riflesso. Quelle della Pizzorno non sono storie di fantasmi ma dei suoi fantasmi, del contrasto fra luci e ombre che sagoma un uomo. Gli uomini spesso soffrono la notte che genera incubi e libera le tracce dell'inconscio in uno specchio deformante di sé; le donne la attraversano, ne amano i presentimenti e i ricordi, le «farfalle nere». E soprattutto ne scrivono. La Pizzorno fa questo. Ho amato nel libro l'autrice-spettatrice che trasfigura gli oggetti in simboli, gli uomini in spettri. L'uomo scisso tra bene e male destinato a vedere le scomodità della propria vita incise su un riflesso di specchio. Come esistessero solo in quello specchio. Mi sono detta quanto vivremmo in pace lontani da quell'oggetto infernale. Ma il viaggio della letteratura è quello dell'inconscio e ne «Il teatro delle ombre» è presente. Come quello fisico ascensionale del racconto «Al Castello», o quello nel passato de «La principessa di Cleves», o alla fine del mondo de «L'ultimo sole morente». Si parla anche d'amore, come rimpianto, in un mondo dove la parola amore spaventa per la sua degradabilità, ma non alla la luce fioca della pagina, dove torna eterno. Unico suggerimento una lieve «sfrondata didascalica» a fine racconto, lasciando libero il lettore di recepire ciò che ritiene. Mi piace pensare che nessuno sia emblema neppure di sé stesso. Ne «Il teatro delle ombre» ho letto il tentativo di spaccare la crosta di gelo del millennio e recuperare la vita come lo spettacolare atto quotidiano che è. Alla salute di chi fissa con indifferenza il tutto che lo circonda ma non lo include, perché «la felicità non esiste». E figuriamoci. Semplicemente non è un talento di tutti.
«Il teatro delle ombre», Rita Parodi Pizzorno, Fratelli Frilli, 240 pagine, 8.50 euro