Nel tempio del calcio gaelico per cancellare il Bloody Sunday

È una domenica di festa in città. È il giorno del calcio gaelico, lo sport preferito dagli irlandesi. A Croke Park si gioca Tipperary contro Dublino. Cinquemila tifosi, lo stadio è pieno. Jane è lì con l’uomo che tra qualche giorno diventerà suo marito. Ma quel giorno non arriverà mai. Perché sul pubblico in festa piombano 228 pallottole in un minuto e mezzo. Una strage. Tra i civili rimasti uccisi c’è Thomas Ryan: stava recitando una preghiera per dare l’ultimo saluto cristiano all’uomo che moriva al suo fianco, quando è stato colpito anche lui dai poliziotti della Raf, la Royal Irish Constabulary, la polizia di Sua Maestà Giorgio V. Sedici morti in tutto, due travolti dalla folla in fuga. Trentuno in una sola giornata. La notte prima era toccato a 14 agenti segreti britannici, uccisi da una squadra dei nazionalisti dell’Ira guidati da Michael Collins. È il 1920 e in Irlanda è guerra civile. È il tempo in cui essere irlandesi vuol dire «non essere inglesi». Gli spari dei poliziotti inglesi allo stadio sono probabilmente una vendetta. E quel 21 novembre, il giorno della strage allo stadio di Croke Park, è una ferita che sanguina ancora. Uno di quei momenti che segnano la storia e accendono la rabbia. È il Bloody Sunday, la domenica di sangue che darà lo stesso nome, 52 anni dopo, a un’altra strage, quella di Derry.
Novantuno anni dopo è a Croke Park, il tempio dello sport che è sinonimo di Irlanda nel mondo, il luogo simbolo dell’anima nazionalista irlandese, la quintessenza della gaelicità, che Sua Maestà Elisabetta II metterà piede cento anni dopo l’ultima visita in Irlanda di un monarca britannico. Una scelta coraggiosa quanto la decisione di presentarsi al Giardino del Ricordo, il luogo dedicato a chi ha combattuto per l’indipendenza irlandese. Perché Croke Park è più di uno stadio. È il luogo dove ogni domenica si raccolgono 82 mila spettatori per assistere allo sport amatoriale che si gioca in un solo Paese nel pianeta. «Se si vuole dare a un turista l’idea di tutto quello che di unico c’è in Irlanda - ha scritto sul Guardian, scrittore e critico letterario irlandese Fintan O’Toole - lo si porta a Croke Park per una partita di football gaelico o, ancora meglio di hurling (l’altro sport dei nativi irlandesi, ndr)».
«Se cento anni fa chiedevi a un tipico nazionalista irlandese cosa fosse davvero irlandese, avrebbero detto: la chiesa cattolica, la politica nazionalista, l’attaccamento alla terra, la lingua e la Gaa (l’organizzazione che promuove lo sport gaelico) - spiega O’Toole, che poi precisa -: «Tutto ciò che rimane di quell’orgoglio oggi è Croke Park».
Ma la visita della regina, al di là dei rigurgiti nazionalisti violenti che rischiano di rovinare la festa, è il culmine di un percorso di pace tra inglesi e irlandesi, siglato anche grazie allo sport gaelico e ai dirigenti della Gaa e suggellato sul terreno di Croke Park. Fra i passi simbolici la decisione presa dalla Gaa nel 2001, quando l’associazione ha cancellato la regola che metteva al bando i membri della polizia nordirlandese o delle forze armate. E poi soprattutto i funerali di Ronan Kerr, il poliziotto cattolico ucciso il mese scorso dai terroristi repubblicani in Ulster. Ronan giocava in una squadra locale. Nel giorno dell’addio, i suoi compagni hanno voluto portare la sua bara in spalla e l’hanno poi passata ai colleghi poliziotti di Ronan. Un gesto simbolico quanto quello della regina. «Hanno voluto sottolineare la differenza tra il “noi” e il “loro”. E non c’è nessun’altra istituzione in Irlanda, dal nord al sud, che ha l’autorità per farlo». Ironia della sorte - conclude O’Toole - la Gaa è un’associazione che più vittoriana non si può. «Spirito, senso della comunità, amore del gioco per il gioco». C’è da giurare che Elisabetta II si troverà a suo agio a Dublino. Sempre che i terroristi non rovinino la partita.