Nel tritacarne per una vocale Urlo Benassi, rabbia Benussi

Le vite parallele di due ragazzi della provincia italiana si incontrano in una mattina di dicembre, si aggrovigliano l’una sull’altra, e per un po’ non si capirà chi è davvero nei pasticci, se l’uno, o l’altro, o magari tutti e due, o forse alla fine nessuno dei due. Sul proscenio c’è la grande inchiesta della Procura di Cremona sul lato sporco del calcio italiano, sugli intrecci di quattrini tra il mondo del pallone e quello delle scommesse, l’indagine che ha travolto bomber della stazza di Cristiano Doni e che annuvola l'orizzonte di società anche importanti. Ma in un angolo del palco si svolge il dramma minore di due portieri, separati da un mese e da una vocale.
Già, perché Massimiliano Benassi e Francesco Benussi sono nati ad appena ventisei giorni di distanza, nell’autunno del 1981: il primo ad Alatri, vicino Frosinone, il secondo a Mestre, in provincia di Venezia. Tutti e due hanno giocato a pallone fin da bambini, ed entrambi hanno scelto il ruolo più solitario del calcio: il portiere, quello che guarda la partita da lontano, che esulta da solo e che sbaglia da solo. Benussi e Benassi sono cresciuti senza incrociarsi mai, nel mondo duro delle giovanili e delle serie inferiori, e ignorando a lungo l’esistenza l’uno dell’altro. Fin quando, quasi in contemporanea, e quando la fase crescente della loro carriera stava per finire, si sono incrociati in serie A. Benussi al Palermo (dopo essere passato da Livorno e Lecce), Benassi proprio al Lecce. E qui, per colpa di quella vocale che li separa, è successo il patatrac.
Accade che la sera del 29 dicembre, tra i cronisti accampati davanti alla Procura di Cremona, iniziano a circolare i verbali dell’interrogatorio reso da Carlo Gervasoni, il difensore del Piacenza divenuto il principale «pentito» dell’inchiesta. Gervasoni, nelle sua furia confessoria, mette a verbale una raffica di nomi di squadre e di colleghi. Parla di altri incontri truccati. All’elenco aggiunge Lecce-Lazio del 22 maggio scorso, finita 2 a 4, e fa i nomi dei calciatori comprati. Bisognerà ascoltare il nastro dell’interrogatorio, per capire cosa accada a quel punto: è Gervasoni che si confonde, e dice Benussi invece di Benassi? O è il cancelliere che sbaglia a trascrivere? Sta di fatto che nel verbale finisce: «Furono corrotti 6 o 7 giocatori del Lecce tra i quali ricordo solo Benussi e Rosati». Ed è questo il verbale che il giorno dopo arriva ai giornalisti, e finisce su tutti i quotidiani.
Nessuno, nella foga di quelle ore, ha controllato se davvero Benussi abbia giocato nel Lecce. Per Benussi è un risveglio drammatico. Ma probabilmente anche per Benassi, che capisce in fretta che in realtà Gervasoni si riferiva a lui. Alle undici e mezza il Palermo fa un comunicato in difesa del suo portiere. La verità sembra ristabilita, torna chiarito all’opinione pubblica chi parasse davvero e chi per finta. Ma ieri, in una accorata intervista a Sky, Benussi fa sapere che il dramma non è finito: «Vedo che a distanza di 3-4 giorni il mio nome appare ancora in alcuni articoli e la cosa mi inizia a dare un pò fastidio». Ma anche l’altro, Benassi, ha da dire la sua, tirato in ballo per quel Lecce-Lazio 2-4 che è pure la sua gara d’esordio in serie A: «Mi possono criticare come calciatore per una prestazione ma nessuno può mettere in dubbio la mia onestà e serietà. Chi ha fatto il mio nome me la pagherà». Anche Benassi, insomma, sarebbe innocente come Benussi.
Intanto l’inchiesta va avanti. Ieri esce dal carcere Gigi Sartor, ex Inter e Roma, accusato di essere diventato il contabile dei clan: le sue proteste di innocenza non hanno convinto il giudice, ma ottiene lo stesso i domiciliari. Mentre l’Albinoleffe, stufo di negare inascoltato di essere una succursale degli scommettitori di Singapore, scende in silenzio stampa.