Nel video la grinta di Urfaust

Francesca Camponero

Indubbiamente difficile il compito di Andrea Liberovici di portare in scena un classico della portata di Faust di Goethe, ma non per questo il regista genovese non è riuscito a stupirci come sempre.
Urfaust, la prima stesura del celeberrimo capolavoro goethiano, ritrovata appena nel 1887, quindi 55 anni dopo la morte dell’autore, è senz’altro meno definita dell’opera compiuta, e lascia ancora nebulosi alcuni tratti salienti del lavoro ultimo. Questo traspare nella mise en scene di Liberovici, che comunque riesce a dare forza alla costruzione di un lavoro ancora in embrione.
Il regista mette in rilievo il fatto che l’autore, in età giovanile, rimase colpito dall’aver assistito ad un Puppenspiele, spettacolo di marionette, che narrava appunto la storia del vecchio dott. Faust, diventato quasi personaggio ridicolo e ridicolizzato per il suo spasmodico desiderio di riconquista di giovinezza.
Questo episodio saliente nella vita di Goethe, Liberovici lo evidenzia dando ruolo di primaria importanza alle marionette che sono cooprotagoniste degli attori. Le vediamo infatti prendere vita nei video, guidate dai fratelli Lupi, e in scena, dalle mani degli attori, in cui hanno funzione di alter ego.
Il romantico sogno del giovane Goethe, viene costruito in un mix di prosa, musica e apporti multimediali, come tipico modo di fare teatro del regista.
Rispetto ai lavori precedenti Liberovici, qui viene usata la recitazione teatrale di due attori quali Ugo Pagliai e Paola Gassman, inseriti in un contesto nuovo, in cui tradizione e innovazione cercano di andare pari passo, attenti a non creare disquilibrio e disorientamento negli spettatori.
L’indiscutibile bravura di Ugo Pagliai dà ad un Faust, ancora non delineato dell’autore, dignità. Meno potenza la ha la figura di Mefistofele, interpretato da Ivan Castiglione, da cui si vorrebbe più fascino ambiguo e insinuante, per poter credere che un uomo che ha scelto un percorso di vita di sapienza e conoscenza, quindi un intellettuale, come il dottor Faust, abbia potuto farsi trascinare nel vortice della perdizione eterna.
Paola Gassman, è Marta, ed ha il compito di essere complice di Mefistofele, cedendo alla seduzione di questo. Kati Markkanen, è Margherita, e all’amata poi amante di Faust, dà ingenuità e delicatezza, corredate da un leggero accento straniero che non è ben chiaro se voluto o no da esigenze registiche.
Sono le immagini video, alcune registrate, altre in presa diretta, a dare la vera grinta a questo «Urfaust». Esse infatti, sono inserite ritmicamente nello spettacolo, in cui la struggente musica di Mahler, assieme a quella dai toni gravi di Berlioz, Gounod e Beethoven, lega il tutto con drammaticità.
Scelta oculata quella di far indossare i medesimi abiti sia da Faust che da Mefistofele, accorgimento di effetto di cui si era servito anche René Clair nel film «La bellezza del diavolo», così come di pertinenza è l’inserimento della «Canzone della pulce» di Beethoven, interpretata da quattro marionette sedute ad un tavolo di osteria, nella prima parte dello spettacolo.
Forte la scena del parto di Margherita, oramai trascinata anche lei nella perdizione scelta dal suo compagno, con una gravidanza non voluta né da sé né dalla società in cui vive, che la costringe alla uccisione del figlio e che la porterà alla pazzia. La telecamera in diretta che riprende l’attrice sotto una botola, prigioniera non solo della giustizia ma dei suoi sensi di colpa, è ben concepita, coniugando il teatro alla tecnologia in maniera magica.
Il finale porta in scena tutti i protagonisti, marionette comprese, e chiude bene la narrazione, tra le auliche note dell’Alleluia di Berlioz, mettendo in rilievo la tragicità del mito dell’eterna giovinezza, di cui, ai tempi di oggi, ahimè, siamo più schiavi che mai.