Nell’allevamento-modello dove gli animali sono biosicuri

Il titolare dell’azienda: «I nostri polli sono i migliori del mondo, potrebbero vivere nelle case invece che sotto i capannoni»

Stefano Filippi

nostro inviato a Verona

Prima sbarra sul ciglio della strada, 200 metri di sterrato, seconda sbarra all'ingresso dell'allevamento. L'autocisterna carica di mangime si ferma sopra una piattaforma che spruzza disinfettante. Lavaggio completo. Fa manovra nel piazzale, si ferma accanto ai silos dove si svuota, se ne va senza che l'autista sia sceso. I tecnici dell'azienda agricola vestono una tuta di nailon, calzano sovrascarpe, in testa portano una cuffietta. Sembrano scienziati in laboratorio se non fosse per gli schiamazzi dei polli chiusi nei capannoni. In giro non si vede anima viva. «Qui non entra mai nessuno, soprattutto i giornalisti», avverte il titolare. Ma ieri si fa un'eccezione: «Qui l'influenza aviaria non arriva, guardate con i vostri occhi».
Allevamento Lavarini a Chievo, campagne attorno a Verona. Tre capannoni in mezzo ai kiwi, 60mila polli che fra dieci giorni saranno macellati; il mese prossimo, dopo una sosta di tre settimane per sterilizzare i fabbricati, arriveranno altri 60mila pulcini. Via così, 300mila pennuti all'anno che finiranno in tavola con il marchio Aia, gruppo Veronesi. A Verona si concentra il 40 per cento della produzione italiana di polli e tacchini (nel Veneto il 60), 870 allevamenti, 23 milioni di capi. Proprio ieri Lebana Bonfanti, dirigente veterinaria dell'Istituto zooprofilattico delle Tre Venezie, ha riferito che Bruxelles ha classificato Verona e il Veneto come area a rischio. «Ogni allarmismo è comunque irrazionale», ha precisato; intanto però i consumi di carne bianca sono crollati del 30 per cento. «Ma i polli del Nordest sono così puliti che potremmo tenerceli in casa. Sicurezza assoluta», dice Orfeo Lavarini. La cavia umana è l'assessore regionale alla Sanità, il leghista Flavio Tosi, che ieri ha mangiato petto di pollo crudo alla mensa Aia.
Le chiamano «misure di biosicurezza»: «Le abbiamo adottate in tutto il Veneto già dal 1999, l'anno della prima epidemia di aviaria - spiega Gastone Passarini, responsabile del servizio veterinario dell'Asl 20 di Verona -. Sono le stesse misure che ora il ministero della Sanità ha esteso all'Italia intera». Doppia sbarra d'ingresso, silos d'acciaio inox, fitte reti a ogni finestra contro gli intrusi, divieto di accesso agli estranei, tute protettive, stivali da disinfettare in una bacinella posta all'entrata dell'allevamento, vaccini obbligatori per i pulcini tranne le «sentinelle» le cui analisi segnalano eventuali anomalie, verifiche settimanali dei veterinari Aia.
Il capannone è un'enorme distesa bianca starnazzante, nulla di paragonabile ai letamai dell'Europa orientale mostrati in tv. Dal tetto pendono nebulizzatori che ogni settimana annaffiano i polli di disinfettante. Il suolo è coperto di trucioli e segatura che tiene lontana l'umidità. Una piccola pedana nasconde una bilancia che rileva elettronicamente il peso degli animali che ci zampettano sopra; un calo improvviso è il segnale che qualcosa non va. Lavarini afferra un pollo: «Cresta rossa, penne lucide, zampe bianche. Sta benone».
L'acqua viene erogata goccia a goccia da lunghi tubi sterili; il cibo, dosato da un computer, arriva direttamente dai silos in vaschette che non toccano terra. Odora di polenta. «È composto di granturco e frumento per il 70 per cento», spiega l'allevatore. Il resto sono antibiotici? «Ci pensa il fornitore a dosare vitamine e integratori, ma antibiotici no. Sono cari (un trattamento di 3-4 giorni costa anche 5.000 euro), tolgono appetito alle bestie e fanno calare la resa. Vengono usati in casi di vera emergenza». «Preferiamo investire nella prevenzione - dice Lucio De Marchi, direttore della Coldiretti di Verona -. È più economica».