«Nell’ateneo di Galileo porte aperte al Pontefice»

Il rettore dell’Università di Padova: «Lo invito volentieri, come farei con il rabbino capo o il Dalai Lama. Qui si confrontano le idee, i miei colleghi non hanno brillato per sapienza»

Professor Milanesi, lei magnifico rettore dell'università di Padova, se la sentirebbe di invitare il Papa a tenere una lezione dalla cattedra che fu di Galileo?
«Lo avrei invitato volentieri prima, cioè in tempi non sospetti. Lo inviterei volentieri a maggior ragione adesso dopo quanto è accaduto. Come, intendiamoci, inviterei volentieri anche il rabbino capo, un Ayatollah, il Dalai Lama. Perché l'università non è soltanto un luogo dove si fa sperimentazione ma è anche un luogo di confronto di idee. E perché la cultura e la scienza non sono solo esperimento ma anche elaborazione di visioni del mondo… ».
Diciamola tutta, professore, i suoi colleghi della Sapienza non hanno brillato per sapienza…
«Diciamo che hanno contraddetto il principio stesso di quella laicità che hanno sbandierato e a cui si sono appellati in questa occasione. Mi spiego meglio: la laicità è sapere ascoltare, per poi, eventualmente, dar vita al contraddittorio. La laicità è soprattutto tolleranza».
Insisto: i suoi colleghi hanno peccato di presunzione e hanno fatto una pessima figura…
«Il loro è stato un errore concettuale. Sostenere che far parlare il Papa all'università è inaccettabile, è una preoccupante deriva laicista. Non credo che il Papa voglia o volesse imporre agli studenti la sua visione del mondo. Così come non mi pare che fra gli scienziati che fanno parte dell'Accademia pontificia delle scienze ci siano solo scienziati cristiani. Seguendo questo tipo di ragionamento la presenza del Papa, come di qualsiasi altra autorità religiosa all'università non può essere certo interpretata come qualcosa di destabilizzante».
Per questo motivo lei ha accolto «laicamente» il cardinale Scola, in novembre, nell'università di cui lei è rettore e dove insegnò Galileo?
«Esattamente. Introducendo il cardinale Ettore Scola e la sua lezione su Sant'Agostino io ebbi a dire che l'Università di Padova è talmente laica che può permettersi di invitare anche un cardinale. Non posso fare altro che riconfermare queste mie parole oggi alla luce di quanto è accaduto a Roma».
Come definirebbe, spassionatamente, l'intera vicenda?
«Direi, con un'espressione ben poco accademica, pasticciata. Ha pasticciato chi ha invitato il Papa all'inaugurazione dell'anno accademico, ha pasticciato il Vaticano ad accogliere l'invito. Si è trattato di una vicenda concepita male, gestita in modo confuso e finita peggio. Tanto più che se vogliamo davvero essere formali il Papa c'entra poco o niente con all'apertura di un anno accademico universitario… ».
Intende dire che si tratta di una sorta di festa privata?
«L'inaugurazione dell'anno accademico è un fatto squisitamente privato nel senso che riguarda la sola università. È un momento di riflessione, di autoanalisi. Un momento in cui si valuta ciò che si è fatto e ciò che si dovrà fare. Un momento per chi vive ogni giorno la realtà di quella università».
Quindi il Papa in una circostanza simile non c'entrava…
«Diciamo che invitare il Papa all'inaugurazione dell'anno accademico per un discorso è stato un altro errore. Io, nel caso specifico, non lo avrei invitato. Perché il Papa non c'entra. Come non c'entrano tutte le altre autorità esterne all'università. Che apre il suo nuovo anno di studi con una cerimonia privata. Altra cosa è invece l'invito per una lectio magistralis. In questo caso c’è da esser lieti. Pronti ad ascoltare. Ribadisco: Benedetto XVI venga pure a Padova, lo aspettiamo».