Nell’auto del nipote il sangue dei coniugi uccisi

Una coppia dice di aver visto Guglielmo sul Vivione: era nervoso

Giuseppe De Bellis

nostro inviato a Brescia

La prova decisiva che inchioda Guglielmo Gatti è chiusa in una cartellina di plastica. La portano gli uomini del colonnello dei Ris di Parma Garofano al procuratore capo di Brescia Giancarlo Tarquini. Basta un solo foglio di quella cartellina a dare la conferma alla Procura: nel bagagliaio dell’auto del nipote di Aldo e Luisa Donegani ci sono tracce di sangue compatibile con quello degli zii uccisi e massacrati. È lo stesso che è stato trovato nel garage di Gatti. È lo stesso che è stato trovato sulle cesoie con le quali sono stati squartati i corpi delle due vittime. Gli inquirenti aspettavano questa prova per completare il quadro. Sapevano dall’inizio che in macchina ci poteva essere un altro elemento. Per questo il 17 agosto l’hanno sequestrata immediatamente. Tre giorni dopo l’hanno spedita a Parma al comando dei Ris. Perché era stata lavata, esattamente come era accaduto per il pavimento del garage. Ma agli accertamenti scientifici non è sfuggito. E ora in Procura a Brescia sono convinti più che mai che tutto quello che dice Guglielmo è una bugia. Lo smentiscono gli indizi e da oggi altri due testimoni.
Due persone hanno visto il nipote dei Donegani dove dice di non essere mai stato: in Val Camonica. L’hanno visto nel pomeriggio del primo agosto, lo stesso giorno in cui il ragazzino di 14 anni e suo padre hanno incrociato l’uomo lungo la strada che porta al passo del Vivione. C’è una donna, accompagnata da un uomo, che giura di aver parlato con lui tra le 15 e le 15.45 di quel lunedì nei boschi situati nella zona in cui sono stati ritrovati i resti dei coniugi Donegani. È la stessa donna, che alle 13 di martedì è andata insieme al compagno dai carabinieri di Cedegolo per rendere testimonianza. Ha voluto raccontare tutto quello che ha visto e ha sentito. Dice di averlo raccontato dopo tanti giorni perché non ci ha pensato prima di aver visto le immagini del ritrovamento dei resti e poi ha voluto essere certa di ricordare bene tutto quanto: «Era lunedì primo agosto, ero andata in cerca di funghi assieme al mio fidanzato nei boschi tra Berzo Demo e Forno Allione, dove c'è la strada che porta al passo del Vivione. Ci trovavamo a un'altezza di 500-600 metri, più in basso rispetto a dove sono stati ritrovati i resti». Così descrive quell'uomo che dice di aver visto: «Aveva gli stessi tratti somatici di Gatti, un po’ di pancia, alto un metro e ottanta circa, con i capelli sudatissimi. Ai carabinieri ho detto: “Non sarei venuta se non fossi sicura che si tratti di lui”. Insieme a me ha deposto anche il mio compagno. Inizialmente lui era più titubante, sempre per via dei capelli, ma quell’uomo era sudato, visibilmente scosso, nervoso».
Il primo incontro avviene all'altezza di una curva. «C'era una panchina vicina a una fontana con seduta una persona. Il mio cagnolino si è avvicinato per fargli le feste e lui l'ha allontanato con un piede». La donna ha cercato di rassicurare l'uomo (che «continuava a cambiare posizione») sul fatto che il cane, un cucciolo di piccola taglia, fosse innocuo. L'uomo si è però subito allontanato senza dire niente: «È andato via di scatto». Di lui dice che «era sudato, trafelato, con la mano sinistra fasciata, ma non con una garza, sembrava un fazzoletto e comunque non ho notato tracce di sangue». Lo descrive inoltre come «molto nervoso». La donna e il suo compagno lo hanno nuovamente incontrato dopo 10-15 minuti. Lo stavano raggiungendo da dietro lungo un sentiero. «Lui ci ha notati, si è girato e ha allungato il passo. Sembrava infastidito dalla nostra presenza». Dopo non molto, il terzo incontro, questa volta a distanza maggiore e da sola. «Il mio compagno si era allontanato. Io non trovavo la strada, dunque ero un po’ spaventata, lo chiamavo, gridavo, avevo paura». L'uomo - ha raccontato, «mi guardava da una roccia e poi si è subito allontanato. Mi ha stupito il fatto che non abbia cercato di aiutarmi».
Il sangue e altre due testimonianze sono gli indizi forti in mano agli inquirenti. Tanto forti che potrebbero essere decisivi. Guglielmo Gatti continua a dirsi innocente e a non parlare con i Pm. Anche ieri è stato interrogato, ma ha fatto scena muta. L’avvocato dice che è pronto a chiedere la scarcerazione, ma il suo cliente non ha risposto alle domande sul sangue trovato nella sua auto. Non ha risposto a nulla. Ma per il procuratore Tarquini conta poco: per lui non ci sono dubbi, è stato lui l’assassino. Deve venire fuori soltanto il perché.