Nell’autunno berlinese un grande fiorire di mostre

da Berlino
L’autunno a Berlino fiorisce d’arte con fiere, musei e gallerie che in occasione del Kunstherbest (autunno d’arte), dell’Art Forum e delle Asien-Pazifik-Wochen (Settimane dell’Asia e del Pacifico) offrono mostre a non finire, con la partecipazione di duecentocinquanta Paesi. Spicca la mostra degli espressionisti della Brücke, festeggiati nella Berlinische Galerie in occasione dei cento anni del movimento nato a Dresda (1905). Con «Politics for Fun» e «Spazi e Ombre» alla Casa delle culture del mondo al Tiergarten, un gruppo di artisti del Sud-est asiatico guarda alla nuove topografie dei luoghi colpiti dallo tsunami.
Nella Neue Nationalgalerie fino al 22 gennaio espone Jörg Immendorff, l’artista del Café Deutschland che mischia tra estasi e sarcasmo i drammi della storia in una sorta di flusso continuo. Senza pessimismo è invece «Fokus Istanbul» nel Martin-Gropius-Bau. Sulla scia di Crossing the bridge, l’ultimo film del turco-tedesco Fatih Akin - presentato a Cannes - che con la musica creava un ponte ideale tra l’Europa e Istanbul, ora un gruppo di artisti di quella stessa città e del resto del mondo la vestono d’Europa rivelandone il “fuoco” esplosivo.
Catalizzano però l’interesse del pubblico le due mostre, aperte fino a dicembre, della fotografa tedesca Katharina Sieverding (Kunst-Werke Berlin) e dell’iraniana Shirin Neshat (Hamburger Bahnhof Museum). Più che singolare è la loro concomitanza, nonché la vicinanza espressiva che emerge dalla scelta delle opere. Infatti sia Katharina Sieverding sia Shirin Neshat presentano foto e film sull’universo femminile nelle culture. La Sieverding, dopo aver esposto al MoMa di New York, porta «Close up» a Berlino. La mostra curata da Amy Smith Stewart e Daniel Marzona insiste sugli ingrandimenti di autoscatti degli anni ’60 e ’70: il suo volto così bello ed espressivo tradisce, nell’ambiguità di certe androginìe ottenute col trucco, la componente maschile d’obbligo nei suoi scatti. Negli anni ’70 la Sieverding è stata tra le prime a giocare con la intercambiabilità dei ruoli: celebre è la serie di foto in cui lei è truccata da uomo e il suo compagno da donna.
L’iraniana si mostra invece arrendevole alla bellezza rituale della cultura da cui proviene, ma caustica contro il maschilismo patriarcale. Nel film Women without men, Mahdokht è un’insegnante che per fanatismo femminista protegge la sua verginità pur desiderando dei figli. La mortificazione la conduce alla pazzia che tocca il culmine quando decide di realizzare maglioni per i propri nipoti: centinaia di metri di lana gialla al cui centro, priva di volontà, si trova Mahdokht.