Nell’azienda del tubo che ha «fabbricato» Lady Confindustria

Così parlò papà Steno, l’uomo che voleva farsi papa, re o duce: «Uso il nasometro» Il sequestro in Aspromonte, le zanzare domate e gli affari «con l’amico Franco»

La solenne investitura s’avvicina: 13 marzo. «Speravo di arrivare alla successione senza liti e invece c’è una contrapposizione fortissima. Tra Emma e... Marcegaglia. Vinca il migliore», ha scherzato Luca Cordero di Montezemolo. L’articolo determinativo al maschile ben si addice a Emma Marcegaglia, prima donna in 98 anni di storia destinata a guidare gli imprenditori italiani. Per capire di che pasta - meglio: di che lega - sia fatta la candidata unica alla presidenza della Confindustria, bisogna aver conosciuto il padre Steno, «industriale del tubo», come ama definirsi, e visitato Gazoldo degli Ippoliti, nel Mantovano, dove tutto, a cominciare dalla segnaletica, ruota attorno al magnate della siderurgia: indicazione Marcegaglia grande come quella di Milano al casello di Melegnano dell’Autosole, 14 corsie sulla strada che conduce allo stabilimento, disporsi su due file, zincato lucido (tre frecce), zincato nero (due frecce), materiale decapato, autovetture a sinistra, autotreni a destra...
La prima volta che ci arrivai, 15 anni fa, era una trentenne rampante fresca di laurea alla Bocconi, master in business administration alla New York University e tirocinio d’umiltà come cameriera a Londra. Amministrava già la Marcegaglia Spa insieme al fratello Antonio e alla madre Palmira Bazzani, proclamata di lì a poco seconda donna più ricca d’Italia con 12 miliardi di lire di reddito. Emma la volitiva (i Giovani di Confindustria, dei quali è stata la presidente, l’avevano soprannominata Black & Decker) non era ancora apparsa nella gratificante classifica stilata da Cesare Lanza nel libro Pillole di Venere: le seste gambe più belle d’Italia, dopo quelle di Simona Ventura, Alessia Marcuzzi, Paola Barale, Martina Colombari e Marta Flavi.
Sull’impero regnava, allora come oggi, lui, papà Steno, che nella hall della palazzina uffici esibiva un motorino Guzzi rosso fuoco, tirato a lucido, col sellino logorato dai propri glutei in anni lontani. «Le presento mia figlia». Emma viveva ancora in casa con i suoi, indossava un tailleur con gonna fino al ginocchio e non aveva bisogno degli occhiali senza montatura che ingentiliscono il volto degli intellettuali. «Intendiamoci, meglio una persona istruita che una ignorante», dichiarò subito una cordiale avversione per i professorini Steno Marcegaglia. «Ma la cultura è soltanto un moltiplicatore. Se nasci asino e studi tanto, tutt’al più diventi un asino colto. Zero per tre dà sempre zero. Io nelle assunzioni non bado al curriculum: mi regolo col nasometro. Che siano portinai, commessi, operai, impiegati o dirigenti, voglio prima vederli in faccia. E ascolto il parere del capo del personale, che non è andato oltre la quinta elementare ma ha un nasometro infallibile quanto il mio».
Con questo metodo Marcegaglia ha costruito il gruppo di cui è proprietario al 100% unitamente ai familiari, leader europeo nella trasformazione dell’acciaio in tubi, profilati, trafilati, pannelli, coils, nastri e lamiere: 6.500 dipendenti, 4 miliardi di euro di fatturato, 47 stabilimenti, 5 milioni di tonnellate d’acciaio lavorate ogni anno, 5.000 chilometri di tubi da 4,76 millimetri fino a due metri di diametro prodotti ogni giorno, quanto basta per coprire in una settimana la circonferenza della Terra. «Il mondo è un unico, immenso tubo. Si guardi attorno: oleodotti, condotte d’acqua, ponteggi, tralicci, pali, guardrail... Tubi di scappamento, tubi catodici, tubi digerenti. Tubi ovunque. Tutti tubi». Un impero del quale sono entrate via via a far parte aziende impiantistiche, elettroniche, termotecniche, tessili, biotecnologiche, estrattive, agricole, addirittura due fabbriche di scope («un articolo evocativo, alla mia età», sorrise malandrino) e che con Marcegaglia tourism ha allargato i suoi confini alle mete vacanziere più esclusive: l’isola di Albarella nel parco naturale del Delta del Po, capitale mondiale delle zanzare bonificata e trasformata in una paradisiaca oasi di 528 ettari dalla figlia Emma; Pugnochiuso nel Gargano; il lussuoso Forte Village costruito dal ciociaro lord Charles Forte a Santa Margherita di Pula, in Sardegna; il resort Le Tonnare a Stintino, la località di vacanza prediletta di Enrico Berlinguer, che vi aveva promosso all’età di 8 anni la sua prima manifestazione di protesta, guadagnandosi l’ironico riconoscimento di Indro Montanelli: «Un Mozart della rivolta sociale».
L’impressione che ebbi quella mattina del 1993 fu che i Marcegaglia si dedicassero, più che a far soldi con i tubi, a far soldi con i soldi. Impressione confermata da una confidenza che la candidata alla presidenza della Confindustria fece a Denise Pardo, inviata dell’Espresso, cinque anni dopo: «Quando siamo tutti a Gazoldo, la mattina alle 8, bevendo caffè e sgranocchiando fette biscottate, discutiamo davanti a uno yogurt se investire a Ravenna 100 miliardi e in Brasile altri 150». Erano le 9, non vidi in giro vasetti di Yomo, però la giovane Emma e il fratello Antonio saltabeccavano da un terminale all’altro di un ufficio dove si contavano più computer che in una redazione di giornale, uno per ogni Borsa del pianeta. I due fratelli compravano e vendevano, vendevano e compravano. Da soli. A sorvegliarli, appeso alla parete, un Cristo con le sembianze del Gesù di Zeffirelli.
Le buone azioni. La specialità di Steno Marcegaglia. «Ho il vizio di rischiare», ammise. A quell’epoca già determinava, da solo, il 3% dei movimenti quotidiani alla Borsa di Milano. Per non parlare delle epiche scorribande «col mio amico Franco» nei momenti di crisi internazionale. Come alla caduta di Gorbaciov, quando il franco svizzero, che quotava 850 lire, schizzò a 875. Quel 19 agosto del 1991 vendette alle banche moneta elvetica per un controvalore di 200 miliardi di lire, seduto sui gradini delle terme di Montepulciano, col cellulare incollato all’orecchio. Passate 72 ore il golpe in Urss era fallito e il franco svizzero ridisceso. Ricomprò quanto aveva venduto, guadagnandoci 5 miliardi di lire. Operazioni che chiunque poteva fare, a sentir lui. «La differenza fra me e gli altri è che io non ho paura e gli altri sì».
Un coraggio da leone. Il suo animale preferito. Nello studio ne esponeva 98, di leoni: in ottone, in peltro, in marmo, in giada, in ceramica, in peluche, in legno, in cristallo, grandi, medi, piccoli, schierati dietro la scrivania, in agguato fra i libri, accovacciati sulla moquette. Del re della foresta Marcegaglia ha la criniera ribelle e il segno zodiacale. È nato nel 1930, il 9 agosto - come Romano Prodi, teste dure - in provincia di Verona, a San Giovanni Ilarione, toponimo che ha avuto riflessi sul carattere, amabilmente estroverso. Quando al piccolo Steno chiedevano che cosa desiderasse fare da grande, rispondeva sicuro: «Il papa, il re o il duce».
Nel 1936 il padre Antonio, falegname, andò a cercar fortuna in Eritrea. Il ragazzo fu ammesso a frequentare il collegio della Gioventù italiana del Littorio a Torino. «Selezionava gli studenti più meritevoli». Al paesello lo avevano ribattezzato «il matematico», perché già a 6 anni s’era costruito un abaco mentale. «Lei mi chieda 15 per 18. Io associo il 18 a 20 meno il 10%. Quindi: 15 per 20 fa 300, meno il 10% uguale 270. Semplice. Ancora adesso faccio i conti a mano». La sua preferenza per i numeri sconfina nella superstizione. Adora il tre e i multipli di tre e le sue auto devono sempre avere la targa divisibile per tre, altrimenti rinuncia a farle immatricolare.
Facendo ricorso a un avverbio rivelatore, L’Espresso ha scritto nel primo numero del 2008 che Emma Marcegaglia intrattiene rapporti «addirittura ottimi con Massimo D’Alema», per il quale «ha da sempre un debole». Anche qui c’entra la genetica: il primo posto di lavoro del padre, nel dopoguerra, fu all’Alleanza contadini della Cgil del comunista Giuseppe Di Vittorio. Difendeva i mezzadri nelle vertenze con i proprietari terrieri davanti alle sezioni agrarie del tribunale. Trenta cause la settimana, quasi tutte vinte.
Nel 1959 smise i panni del sindacalista per provare come si stava dall’altra parte della barricata. Rilevò una piccola fabbrica di guide per tapparelle. Tre apprendisti in un bugigattolo di quattro metri per 12. Più che uno stabilimento, un corridoio. I concorrenti di Lecco lo definivano sprezzantemente «lo zappaterra». Loro s’indebitavano per farsi la barca, lui si dissanguava per acquistare il suo primo laminatoio. «Dopo cena andavo a rimirarmelo. All’osteria dicevano che avevo tre figli: Antonio, Emma e Mino, il laminatoio. I lecchesi, con la loro boria, producevano 100 tonnellate al mese, io 4.000. Li ho annientati». Così ebbe inizio l’era tubolare.
Quel giorno, per venirmi incontro, sbucò da una doppia porta blindata che subito si richiuse alle sue spalle. «Accidenti, e adesso come facciamo a entrare nel mio ufficio?». La segretaria accorse con le chiavi di scorta. Viveva dentro una cassaforte, come Paperone. Precauzione minima dopo quello che gli era capitato. «Il 15 ottobre 1982 uscivo dal mio stabilimento di Napoli. Mi hanno preso, legato, incappucciato. Il primo pensiero è stato: non devo rompermi una gamba. Gli ostaggi che non camminano sono già morti. Per 52 giorni nelle mani della ’ndrangheta, al buio. Mi sembrava sconveniente chiedere a Dio di salvarmi la vita. Però lo pregavo di guidare la mia mente: Signore, fammi escogitare un buon sistema di fuga. Forse nemmeno Lui si ricordava che dall’Aspromonte non si può scappare. Due minuti dopo che avevo tagliato la corda, c’erano fuochi accesi su tutta la montagna. Quelli sono come gli indiani, usano i segnali di fumo. Mi hanno riacciuffato subito. A liberarmi è stato un commissario di polizia con l’hobby della caccia. È sceso con l’elicottero vicino a un laghetto per cercare le anatre. Ha trovato me. Nella banda c’erano due miei dipendenti, li avevo riconosciuti dalla voce. Assolti al processo. Non sono più tornato a Napoli».
Un anno e mezzo prima che lo conoscessi, l’imprenditore abitava ancora nella casetta che s’era costruito con i risparmi iniziali. «Avevamo un bagno solo. Per non perdere tempo, la mattina eravamo costretti a usarlo in accoppiata: io con Antonio, mia moglie con Emma». Poi si sono presi la rivincita acquistando e ristrutturando il Palazzo Pretorio degli Ippoliti, i signori di Gazoldo, un edificio del 1500 con 76 stanze. Lì di bagni ne hanno addirittura 20. Quello padronale è dotato di monitor: il capofamiglia tiene l’occhio sui listini di Borsa anche mentre si rade all’alba.
Ci vogliono nervi d’acciaio - la lega con le migliori caratteristiche di resistenza, elasticità e durezza - per fare un mestiere così. Il padre li ha. La figlia li ha ereditati. Del resto The Economist aveva vaticinato fin dal 1996, scrivendo di Emma Marcegaglia: «Dipende dalla genetica il futuro dell’industria italiana». Anche della Confindustria.
stefano.lorenzetto@ilgiornale.it