Come nell’editoria, per fare affari si punta a scoprire nuovi talenti

S chiacciata tra l’ipotesi del pre-pensionamento di Maurizio Cattelan e la realtà di un panorama sempre più asfittico - secondo le previsioni il 2012 potrebbe davvero essere l’anno nero per mostre, musei e attività culturali in genere - l’arte contemporanea italiana è alla ricerca di una nuova identità che le consenta uno scatto di reni.
La strada da intraprendere è molto simile a quella percorsa nell’editoria, come ci faceva notare ieri Stefania Vitulli su queste colonne: si punta soprattutto sull’esordiente, inesperto e alle prime armi ma non viziato da curricula trascinati, mostre sbagliate, alleanze indifendibili. Il rischio, proprio come accade nella letteratura, è di far bene la prima volta ma poi non riuscire a reggere il colpo e venir dimenticati in fretta. In effetti il tasso di «mortalità», nell’arte come nei libri, è molto elevato, ma non importa, la scoperta di un esordiente (o quasi) ti dà un brivido maggiore che non la rendita di posizione di un nome consolidato eppure prevedibile. Soprattutto se lo hai pagato poco e scopri che sono in molti a volerlo, già disposti a raddoppiare il migliaio di euro investito. Cambiano così le professionalità. Se l’editor è figura chiave nella letteratura, oggi l’art consultant ha il vero termometro nell’arte, molto più del critico troppo spesso bloccato sulla fedeltà alla scuderia. Le gallerie tradizionali languono, mentre prendono piede i talent scout, i cool hunter, i cercatori di intelligenze che magari fanno mestieri diversi, più a contatto con i cambiamenti in tempo reale.
Chi consigliare dunque, tra le super-novità dell’arte italiana? Una manciata di nomi, sperando di indovinarne almeno un paio, puntando innanzitutto su Giovanni Ozzola, fiorentino classe 1982, vincitore dell’ultimo Premio Cairo con un paesaggio fotografico romantico e struggente. Con all’attivo esperienze già significative, tra cui la personale presso la Galleria Continua a San Gimignano, dimostra che si può essere sensibili e concettuali allo stesso tempo. Decisamente più difficile è il suo concittadino Nicola Martini (1984), appartenente alla lunga progenie di artisti che lavorano nello spazio e sul progetto site specific senza troppe concessioni al mercato. Rispetto alle generazioni precedenti gli artisti di oggi non inseguono la galleria ma navigano sul web alla ricerca di bandi, premi, residenze all’estero con cui campare e fare esperienza. Si dice un gran bene di Giulio Frigo (vicentino, 1984) che esordisce il 19 gennaio alla Galleria Francesca Minini di Milano. Lo affascina la pittura, a patto che si relazioni con linguaggi più attuali e dinamici. Sarà uno dei protagonisti della collettiva romana D’apres Giorgio, che aprirà alla Fondazione de Chirico il 27 gennaio, curata da Luca Lo Pinto, editor della rivista Nero e valido scopritore di talenti, tra cui il direttore artistico dello stesso magazine Nicola Pecoraro (1978) tra i volti nuovi più interessanti della Capitale. Già conteso dagli intenditori è Benny Chirco, siciliano del 1980, partito dalla pittura figurativa e approdato all’installazione. È proprio questo il linguaggio in cui si fa più fatica a trovare del nuovo, ma qualche nome va segnato in agenda: il torinese Guglielmo Castelli (Torino, 1987), Desiderio (Perugia, 1978) Marco Salvetti (Pietrasanta, 1983), e il duo di streeter Sten & Lex, coetanei del 1982, attivi dove c’è un muro che li chiama. Spicca infine l’assenza delle donne, forse fisiologica dopo il boom della generazione precedente che ha visto alcune nostre giovani artiste (Di Martino, Barba, Angioletti, Senatore, Biscotti) proiettate a livello internazionale.