Nell’"Illusionista" di Chomet la vera anima di Jacques Tati

La sceneggiatura fu scritta dal mimo francese negli anni ’50 come
tardivo omaggio alla figlia mai riconosciuta E ora dà vita a un grande
cartoon

Con L’illusionista di Sylvain Chomet uscirà venerdì 29 uno dei più bei film di inizio secolo, per il tono garbato e malinconico, non triste, col quale mostra le durezze della vita, per una ragazza e per un adulto.
Presentato fuori concorso all’ultimo Festival di Berlino, L’illusionista rende omaggio a uno dei maggiori autori di cinema, ma ricorda implicitamente che, in Jacques Tati, al grande narratore non corrispondeva un grande uomo. Infatti questa storia senza parole è nata come gesto di riparazione di Tati verso la figlia naturale, mai riconosciuta. L’illusionista come film giunge mezzo secolo dopo L’illusionista come sceneggiatura ed è un viaggio nel tempo, nella Parigi e nell’Edimburgo del 1959, quattro anni prima della nascita di Chomet. Edimburgo è del resto una sua trovata ed è lì che ha realizzato il progetto.
Personaggio principale del film è un cinquantenne alto e magro, i cui pantaloni troppo corti fanno sempre intravvedere i calzini, uguali a quelli di monsieur Hulot, l’alter ego cinematografico di Tati. Dunque è un ricalco di questo personaggio nel momento del declino degli artisti come lui.
Nel ’59 sorge l’astro dei gruppi rock. Una chitarra richiama più di un cilindro, con relativo coniglio, specie se un coniglio rabbioso e perfino carnivoro come quello del film. E l’illusionista ha mutato cielo, non animo, almeno finché non incontra una ragazzina più sola che solitaria...
Non pensate male: il mago del palcoscenico non cela il pedofilo. Cela il padre che Tati avrebbe voluto essere e non è stato. E qui occorre un prologo che il film non ha. Nella Parigi dell’occupazione tedesca, il quasi quarantenne Tati ama una ballerina tedesca del Lido. Nasce una bambina mentre il corso della guerra cambia. Dall’estate ’44 chi ha avuto rapporti sentimentali con gli occupanti - tale è ogni tedesco, ballerine incluse - rischia l’epurazione, più di chi ha trafficato lucrosamente o politicamente con loro.
All’incubo della guerra mondiale si somma quello della guerra civile. La sconta crudelmente una diva nascente come Corinne Luchaire: suo nonno aveva diretto il Centre culturel français di Firenze ed è stato amico di Giuseppe Prezzolini alla Società delle Nazioni, ma il padre, nato a Milano, ha diretto Les Nouveaux Temps, grande quotidiano parigino, fino al ’44 e non importa se in quel ruolo ha assunto come segretaria Simone Kaminski, salvandole la vita e consentendole di sopravvivere anche a lui - fucilato come traditore della Francia - e di diventare famosa col nome d’arte di Simone Signoret.
Più coriacea di Corinne Luchaire è un’altra diva, più matura, Arletty. Agli epuratori replica: «Ho collaborato col nemico? Eravate voi che non dovevate farlo entrare... Il mio cuore è francese, ma il mio c... è europeo!».
Una sfrontata dignità che manca a Tati. Da ragazzino è già stato esule dalla Russia, non vuole riprovarci. Mentre i generali tedeschi bruciano le ultime carte nei camini dell’hotel Lutetia, sua sorella gli risolve la questione col senso pratico della donna di mondo e col denaro fluente della donna d’affari. Al Lido, dove nessuno pretende da un artista che sia un eroe, nessuno riesce però ad apprezzare uno che si fa guidare in fatti personali. Chi riduce nani e ballerine a infelici e puttane dovrebbe tener conto che spesso sono migliori di certi borghesi; in questo caso, di certi aristocratici come i Tatischev, vero cognome di Tati.
Passano quindici anni e subentra la riconciliazione con la Germania. Dal ’48 gli epuratori sono, se non epurati, messi ai margini. Il generale Charles de Gaulle diventa nel ’58 presidente della Repubblica e dell’alleanza americana in chiave anti-russa, detta Nato, fa il prologo di un’intesa permanente con la Germania. Il cambio di clima politico sveglia in Tati - ormai famoso per capolavori come Giorno di festa, Le vacanze di Monsieur Hulot e Mio zio - un tardivo rammarico. Meglio che niente... Potrebbe prendere un aereo e andare in Marocco, dove vivono l’ex ballerina e la figlia, ormai adolescente; o potrebbe spedire loro un assegno. Ma non lo fa. Pensa a un film, interpretato da lui stesso, che sia una lettera alla figlia. Ma un’ammissione di colpa non è necessariamente redditizia e i produttori nicchiano.
L’illusionista resta ancora solo una sceneggiatura fino al 2003, quando la figlia legittima di Tati, Sophie, la fa leggere a Chomet, che sta per presentare al Festival di Cannes un film di animazione molto nello stile di Tati: Le biciclette di Belleville. Nel giro di cinque anni le pagine diventano immagini, perché l’animazione è un procedimento lunghissimo. Ma il risultato è straordinario, in 2D, perché non c’è bisogno di una profondità finta quando si ha quella vera.