Nell’Italia del dopocrisi commercio e servizi meglio dell’industria

La classifica 2010 delle principali società italiane, che Mediobanca ha elaborato su 3.576 imprese, dà il segno di un’Italia in crisi ma anche in trasformazione. L’industria manifatturiera va peggio dei servizi. Visto che l’economia italiana è caratterizzata dalla prima, questo significa conti peggiori ma anche un indirizzo in evoluzione - tipico delle economie più sviluppate - dal «secondario» al «terziario».
Grandi gruppi. Nella classifica per dimensioni di fatturato, i primi tre gruppi restano inalterati rispetto al 2008: sono Eni, Enel e Fiat, seguiti da Telecom Italia, che guadagna una posizione. Tra i primi venti gruppi, interessante la dinamica dei fatturati, in aumento solo per quattro: Enel (4,4%), Finmeccanica (20,9%), Supermarkets italiani (Esselunga, Caprotti: 4,8%), Wind (4,6%). In compenso, molte società blasonate hanno visto ridursi spaventosamente i propri ricavi (che attestano le dimensioni delle vendite e del mercato): tra questi Fiat (meno 15,9%), Edison (meno 11,9%), Esso (meno 33,3%), Erg (meno 48%), Riva Fire (meno 48,3%), Finivest (meno 10,2%), Italmobiliare (meno 13,3%), Saras (Moratti, meno 38,9%). Guadagna due posizioni Edizione (Benetton), con ricavi pressochè stabili; e la conglomerata veneta, va osservato, è ormai sbilanciata sui servizi più che nella manifattura. Stabili, ma in progresso di tre posizioni le Poste; in calo del 2,5% ma quattro scavalchi in classifica per le Ferrovie: meglio di tutti Esselunga, che brucia sei posizioni, la peggiore Saras, ventesima, quando lo scorso anno era tredicesima.
Nell’industria, male la siderurgia (pessimo il gruppo Marcegaglia, meno 40% di ricavi, meno 19 posizioni in classifica), ma qualche eccezione c’è: due gioielli del made in Italia, la chimica Mapei e la meccanica Danieli, sono riuscita a guadagnare rispettivamente il 4,4% e 13 posizioni e il 3% e 9 posizioni, in un contesto manifatturiero che ha perso mediamente il 17% di fatturato.
I servizi. Caso a sè anche il gruppo che fa capo a Bernardo Caprotti («Falce e carrello»), che con 5,8 miliardi di fatturato si candida al primato in Italia (senza considerare le Coop, gigante da 12 miliardi ma costituito da un aggregato di realtà diverse, e tralasciando i francesi di Carrefour che rastrellano in Italia 6,1 miliardi ma senza consolidarli nel nostro Paese). Un’altra sorpresa, sempre nel mondo dei servizi, è Costa Crociere, che, pur di capitale americano, appare il primo operatore turistico in Italia, con un volume di ricavi di 2,5 miliardi, più del doppio del primo tour operator, che è Alpitour (gruppo Agelli-Exor). Costa Crociere, peraltro si avvale di una fiscalità favorevole, perchè paga le tasse sul tonnellaggio delle navi; muove in Italia i conti della cantieristica, di cui beneficia Fincantieri, consolidata in Fintecna.
Le banche. Capitolo controverso quello delle banche. Il dato che salta agli occhi più di altri, nella classifica di Mediobanca, è il preoccupante aumento dei cosiddetti crediti dubbi, quelli che gli istituti temono non vengano onorati. Il valore assoluto è di 112 miliardi, una spada di Damocle su tutti il sistema. Di questi 37 appartengono alla voce «sofferenze», e cioè insolvenze conclamate, denari dati ormai per perduti, e 49 alla voce «incagli», sui quali gli istituti mantengono delle residue speranze (il resto appartiene a ristrutturazioni del debito con clienti in difficoltà). La nota positiva, se si vuole, è che il mix si è spostato dalle sofferenze (oggi 33% contro il 51% del 2003) agli incagli (oggi 44% contro 40% di sei anni fa). Le popolari hanno offerto alla clientela più credito rispetto alle grandi banche (in ossequio all’abusata parola «territorio»), ma ne sono state ripagate con una crescita quasi doppia dei crediti dubbi.