Nell’obbiettivo delle meraviglie

La recente, straordinaria scoperta dell’applicazione della fotografia ai processi mentali ha ridotto l’arte dello scrivere romanzi a mero lavoro meccanico. L’artista ci ha gentilmente autorizzati ad assistere a uno dei suoi esperimenti, ma poiché quest’invenzione non è stata ancora donata al mondo, ci è unicamente consentito di riferire i risultati dell’esperimento, omettendo ogni dettaglio relativo ai prodotti chimici e alla manipolazione.
L’operatore esordì affermando che le idee della mente più debole, se trasferite su una carta opportunamente preparata, si possono «sviluppare» sino al grado di intensità voluto. Sentendo che desideravamo vederlo all’opera con un caso estremo, cortesemente mandò a chiamare da una stanza attigua un giovane le cui facoltà fisiche e mentali sembravano per l’appunto le più deboli che si potessero immaginare. \
Sistemata la macchina nella giusta posizione, e stabilito un rapporto mesmerico tra la mente del paziente e il vetro dell’obiettivo, fu chiesto al giovane se volesse dire qualcosa. Rispose debolmente: «Nulla». Gli fu chiesto allora cosa stesse pensando, e la risposta fu, come sopra: «Nulla».
Dopo aver esposto la carta per il tempo necessario, \ la rimosse e la sottopose al nostro esame. Riscontrammo che si era ricoperta di caratteri indistinti e pressoché illeggibili. Un’osservazione più attenta rivelò quanto segue: «La sera era delicata e mite nella sua rugiada. Uno zefiro mormorava nella sublime radura e lievi gocce di pioggia rinfrescavano la terra riarsa. A lento passo d’ambio, lungo un sentiero bordato di primule, un giovane amabile e dall’aspetto gentile cavalcava, reggendo nella mano delicata un giunco leggero; il pony si muoveva graziosamente sotto di lui, aspirando il profumo dei fiori ai bordi del viottolo. Il sorriso tranquillo e gli occhi languidi, mirabilmente accordati ai bei lineamenti del cavaliere, rivelavano il placido corso dei suoi pensieri. Con voce dolce ma flebile, in un lamentoso mormorio, espresse i teneri dispiaceri che offuscavano il suo petto: “Ahimè! La mia preghiera non volle ascoltare!/ Ma strapparmi i capelli sarebbe letale,/ Sfigurato, starei troppo male./ Fu poco saggia, quasi cieca dirai;/ Incline all’amore un tempo, lo sai,/ Ma le sue idee son mutate oramai”. Ci fu un attimo di silenzio. Il pony inciampò in un sasso del sentiero e disarcionò il suo cavaliere. Si udì uno schianto tra le foglie secche. Il giovane si risollevò: una lieve contusione sulla spalla sinistra e lo scompiglio della sua cravatta furono le uniche tracce di quel futile incidente».
«Questo» osservammo restituendo la carta «appartiene visibilmente alla Scuola dei romanzi all’acqua di rose». «Avete perfettamente ragione» replicò il nostro amico «e allo stato attuale sarebbe assolutamente invendibile oggi. Ma vedremo che il prossimo stadio di sviluppo ci porterà nella Scuola decisa o prosaica». Dopo aver immerso la carta in vari acidi, la sottopose nuovamente alla nostra attenzione, ed ecco cosa vi leggemmo: «Era una serata come le altre. Il barometro indicava “variabile”. Nel bosco si alzava il vento, e cominciava a cadere un po’ di pioggia: brutto segno per i contadini. Un gentiluomo si avvicinava lungo il sentiero per le passeggiate a cavallo. Recava in mano un robusto e nodoso bastone, e montava un buon puledro, del valore di circa quaranta sterline. Sul suo viso era stampata un’espressione da uomo d’affari. Cavalcava fischiettando e sembrava che nella sua testa andasse in cerca di rime. Alla fine, con tono soddisfatto, ripeté questa composizione: “La mia offerta dunque non volle accettare!/ Le dissi che di peggio poteva incontrare;/ Rispose ’no’, e fu una sciocca ad andare./ Ma nulla è cambiato nei giorni miei;/ Se pur or potessi, io non la vorrei,/ Ce ne son mille belle come lei”. In quel preciso istante il cavallo mise il piede in una buca e finì disteso a terra. Il cavaliere si rialzò a fatica: aveva subìto varie contusioni gravi e la frattura di due costole. Ci volle del tempo per dimenticare quella giornata nefasta».
Gli restituimmo la carta, esprimendo la nostra più profonda ammirazione, e chiedemmo di portare lo sviluppo al massimo grado. Il nostro amico prontamente acconsentì, e in breve tempo ci offrì il risultato, che - ci informò - afferiva alla Scuola spasmodica o tedesca. Lo esaminammo con sorpresa e piacere indescrivibili: «La notte era selvaggia e tempestosa... un uragano infuriava nell’oscura foresta... impetuosi torrenti di pioggia sferzavano la terra gemente. Un cavaliere... armato sino ai denti... si precipitava a capofitto per una ripida gola montuosa... il cavallo sotto di lui si lanciava in un folle galoppo, spirando fuoco dalle narici dilatate. Le sopracciglia aggrottate del cavaliere... i bulbi oculari roteanti... e i denti serrati... esprimevano l’intensa agonia della sua mente... strane visioni incombevano sul suo cervello in fiamme... mentre con un urlo folle riversava il torrente della sua infuocata passione: “Tizzoni e pugnali! Fuggita è la speme!/ Due volte uccisa, in pezzi ora geme!/ È fuoco nel cervello... piombo nelle mie vene!/ Selce è la sua anima, e cosa mai son io?/ I suoi occhi spietati han ferito il desio,/ Non resta che il nulla al destino mio!”. Ci fu un attimo di pausa. Orrore! Il sentiero terminava in un abisso insondabile. \ Un correre... un bagliore... un fragore... e fu tutto finito. Tre gocce di sangue, due denti e una staffa: null’altro rimase a segnalare il punto in cui il selvaggio cavaliere incontrò il suo destino».
L’artista fece dunque ritornare in sé il giovane, e gli mostrò il risultato del lavorio della sua mente. Il ragazzo svenne all’istante. \.
Il nostro amico terminò con vari esperimenti minori, ad esempio la trasformazione di un passo di Wordsworth in poesia schietta ed energica. Su nostra richiesta, tentò lo stesso esperimento con un passo di Byron ma, a causa dei focosi epiteti prodotti, la carta ne uscì \ bruciacchiata e ricoperta di bolle.
Una notazione conclusiva: si potrebbe applicare quest’arte (solleviamo la questione in via strettamente confidenziale), la si potrebbe, chiediamo, applicare ai discorsi tenuti in parlamento? Forse è solo un’illusione della nostra fervida immaginazione, ma rimarremo profondamente radicati nell’idea e, contro ogni speranza, continueremo a sperare.