Nell’omelia di Prodi tanto fumo e niente arrosto

Alfredo Biondi*

Prodi l'ho sentito a Radio Radicale e poi ho letto un giornale che riferiva che il discorso era stato addirittura provato in anteprima in un garage per verificarne gli effetti sonori.
In quel momento ho pensato che sussistesse nel delitto oratorio anche l'aggravante della premeditazione. Aggravante pesante su di un discorso piatto recitato con il caratteristico tono salmodiante, residuo di non dimenticate esperienze parrocchiali.
Devo riconoscere che ci voleva una bella dose d'autocombustione per riscaldare i tifosi unionisti di bocca buona e di cuore d'oro di fronte a tale oratoria, convenuti da lungi in Piazza del Popolo.
Prodi, nella sua omelia, ha però avuto l'accortezza di non dire nulla impiegando parecchio tempo. La cosa non era facile, facile specie per un oratore non spontaneo.
Se si escludono gli insulti reiterati e specifici al governo, non c'è stato il barlume di un'indicazione concreta, di una seria analisi né di un'accettabile prospettiva politica, sicché «l'esercito di Prodi» s'è trovato un generale che non indica una meta e che affronta le primarie non conoscendo l'approdo e che aspetta il beneficio d'inventario.
Insomma, non c'è progetto e l'Unione è una chimera che è di là da venire. La pletora di capi e sub capi partito assiepati sul palco ha costituito la riprova che l'Unione è fatta di disuniti, tutti in bella mostra per farsi vedere.
Non resta che augurarsi, come ha fatto Silvio, lunga vita a Romano, che ha rafforzato la mia convinzione che è anche uno slogan: «Finché c'è Prodi c'è speranza!».
Sul carrozzone visto domenica in Piazza del Popolo, sono saliti proprio tutti: sostenitori di pane e cicoria, amici ex nemici, come il duo Boselli-Di Pietro, gli ex comunisti di varia gradazione, i no global incappucciati e naturalmente i cultori del giornalismo televisivo e radiofonico accanto ad attori, musici e veline.
Un vero “esercito di prodi” da piazza e non di governo (come ha titolato qualche giornale: Prodi di piazza e di governo) che mi ricorda tanto le comparse dell'Aida, sempre gli stessi, che nel primo atto facevano gli egiziani e nel secondo gli etiopi.
Non ho visto ma ho sentito quello che si è detto nell'adunata unionista, non posso che confermare il più netto dissenso rispetto alla «non politica» di Prodi ed alle alleanze che dichiara. Alla luce di quello che è successo nella scorsa legislatura credo che il sostegno sia quello della corda che sostiene l'impiccato.
La diversità dei disuniti che fanno parte dell’Unione non potrà essere immune dal contagio rappresentato dagli ex straccioni di Valmy, capaci d'inciuci e compromessi volti solo a puntellamenti temporanei in vista di equivoche possibili future maggioranze.
Spetta all'intelligenza degli elettori guardarsi dai «prodi amici e compagni» rifiutando la prospettiva nichilista di chi straparla nelle piazze e blocca i lavori del Parlamento.
Questi signori della sinistra, che affermano d'avere già la vittoria in tasca, hanno in verità il serio timore di perdere.
Non si comprenderebbe altrimenti il panico di farsi contare e la paura di verificare la consistenza effettiva di Prodi e del suo “complesso”.
*Vicepresidente della Camera