Nell’ultimo rifugio di Brenda: un tugurio degradato e sporco

RICORDO Uno dei vicini, camionista moldavo: «Riceveva qui i clienti, spesso era ubriaco»

RomaIn una tomba si riposa dopo morti. In una tomba il trans Brenda ci viveva. In quel tugurio mangiava, beveva, beveva, beveva. In quel buco si lavava, si truccava, si faceva bello per il marciapiede. Spesso batteva all’altezza del bowling sul lungotevere dell’Acqua Acetosa, al confine con il ricco quartiere dei Parioli. In quella stamberga, poi, ci tornava accompagnata dai suoi ospiti momentanei, per fare il suo lavoro. In quella tana ci dormiva: spesso aveva gli incubi ma qualche volta sognava pure. Forse le spiagge bianche e il mare cristallino del suo Brasile. Per farlo si aiutava con litri e litri di whisky o riempendosi le narici di cocaina. Ultimamente ci dava dentro anche con i sonniferi o gli ansiolitici perché, entrato nell’affaire Marrazzo, non ci riusciva più a uscire, impigliato com’era in un gioco più grande di lui, fatto di sospetti, gelosie, ricatti, aggressioni e risse.
Brenda tirava avanti lì, in una lercia stamberga nella palazzina di via Due Ponti 180. Primo piano, scala F, interno 1: dieci, forse venti metri quadrati, ora sigillati dalla squadra mobile della terza sezione omicidi. Una cella dove, come in tutte le celle, si può vedere dentro: polizia e vigili del fuoco, allertati poco dopo le quattro della mattina di venerdì, hanno buttato giù la parte inferiore della porta.
Così ora è possibile scrutare il buco in cui è rimasto intrappolato il trans del mistero. L’uscio è un cancello rosso fuoco le cui sbarre non riescono a nascondere il teatro dell’ultimo atto di una vita malandata. Un letto matrimoniale, giaciglio per incontri hard e per un relax vagheggiato; un materasso divorato dalle fiamme che mostra le sue budella di molle; un tavolino in fòrmica con una sedia di legno accanto alla microcucina; qualche flacone di detersivo e una bottiglia di Cif; un beauty case con dentro i rossetti giusti; sacchi della spazzatura gonfi come delle uova; una scala che porta al soppalco dal pavimento bucato e slabbrato come la vita di Wendell Mendes Paes da Belem do Parà, in arte Brenda. Tracannava litri di Ballantine’s, «Brendona»: del suo scotch preferito sono rimaste due bottiglie vuote lì, sul letto annerito. Sul pavimento centimetri di fuliggine che gli hanno riempito i polmoni fino a farlo schiantare. Sulle gelide piastrelle anche un flacone di deodorante da quattro soldi per coprire il tanfo delle notti bruciate in sesso, sudore e alcol. In questo covo di miseria e trascuratezza l’unico lusso, l’unica finestra da dove guardar fuori, è un Samsung da 18 pollici ultrapiatto. Si dice che lo volesse vendere per tirar su qualcosa che non riusciva più a raggranellare con le nottate lungo i viali.
Per arrivare in questa topaia, racchiusa nel ventre della palazzina del sesso, si percorrono cunicoli ancora imbevuti di umidità e puzza di bruciato. Le cassette per la posta hanno soltanto nomi stranieri: brasiliani, cingalesi, slavi. Una scala malconcia che gira su se stessa porta al primo piano: sul ballatoio si affacciano sette porticine tutte uguali, una appiccicata alle altre. Brenda barcollava fin quassù, sola o accompagnata, da tre mesi. Pagava 450 euro al mese in nero: una cifra astronomica per quella catapecchia. Ma in fondo, quando ancora girava bene, bastava una notte fortunata di marchette e la cifra saltava fuori senza problemi. Il vicino di casa, un camionista moldavo, lo ricorda così: «La notte si sentiva casino fino alle 3, anche alle 4 del mattino. Qui riceveva i clienti e spesso era ubriaca».
La vita di Brenda è finita in un dramma che ha fatto clamore. Ma di drammi ce ne sono altri, tuttavia, che di rumore ne fanno molto meno: a mezzo metro da quello scannatoio c’è una porta che resta sigillata. Da cui esce il pianto acuto di un bambino.