Nell’Unione è rissa sui fondi, manovra al palo

Bertinotti elogia la Cdl: «Con la sua tattica sta evitando il voto di fiducia»

Fabrizio Ravoni

da Roma

«Non so chi di voi abbia studiato questa tattica. Comunque complimenti. Chapeau». Fausto Bertinotti è sincero quando si congratula con gli uomini dell’opposizione che stanno gestendo la Finanziaria. La «tattica» in questione è quella di accorciare i tempi della Finanziaria, incalzando il governo a proseguire i lavori dell’aula; così da evitare il voto di fiducia. Invece, anche ieri nulla di fatto sugli emendamenti alla manovra; o poco più.
Qualche passo formale è stato fatto sulla legge di Bilancio vera e propria. Il governo, però, ha presentato un emendamento con un errore non di poco conto. Ha tagliato di 9 milioni di euro il bilancio del Senato. Nella relazione tecnica c’è scritto che il taglio è stato sollecitato da una lettera protocollata dalla presidenza di Palazzo Madama. Con un particolare. Le leggi di bilancio, per prassi consolidata, non possono intervenire sui budget degli organi costituzionali. Ne consegue che questa parte dell’emendamento governativo al Bilancio è stata giudicata «irricevibile».
E fra errori e dilazioni passano i giorni a disposizione della Camera per esaminare la Finanziaria. Ciriaco De Mita avvicina Michele Ventura, relatore di maggioranza alla manovra. «Per il mio emendamento è tutto ok?», chiede l’ex presidente del Consiglio. «Penso di sì. Ma dobbiamo ancora aspettare». Infatti, il maxi emendamento alla Finanziaria, concordato fra governo e maggioranza, non ha visto ancora la luce.
Un vertice di maggioranza lascia l’amaro in bocca un po’ a tutti: esecutivo, maggioranza, singoli ministri. Il governo, infatti, si presenta con un salvadanaio di 600 milioni. I parlamentari chiedevano interventi per un miliardo tondo. Ci saranno maggiori risorse per gli artigiani (ma non per i commercianti). Forse la Ricerca riuscirà a recuperare 50 milioni. Altri 90 andranno alla Giustizia (che dall’emendamento al Bilancio ne ha racimolati altri 20). Chi resta a bocca asciutta è Giuliano Amato. Il Viminale è rimasto imbrigliato nei tagli orizzontali ai ministeri. Dovrà ridurre le proprie disponibilità del 13%. «È difficile - commenta il titolare dell’Interno - ottemperare alla giusta richiesta di assicurare più sicurezza, non solo a Napoli, ma all’intero Paese e soprattutto al Mezzogiorno, se poi le risorse diminuiscono».
Nel vertice di maggioranza che avrebbe dovuto dividere i 600 milioni per accontentare ministri e deputati, Enrico Letta spiega ai presenti: «Non siate diffidenti verso il governo. Pensate che 600 milioni sono quelli sicuri... magari verrà fuori qualcosa in più». E magari verrà fuori al Senato.
Nella linea di centellinare le risorse (e allungare i tempi) si inserisce l’emendamento del governo al Bilancio. Ma si tratta di maggiori spese per i ministeri per 238 milioni a fronte di tagli superiori ai 4 miliardi. Ancora una volta, minimi i benefici per la sicurezza. In compenso, D’Alema recupera 16 milioni per la rete consolare all’estero. E c’è chi pensa che sia un mezzo per soddisfare le richieste del senatore argentino Pallaro. In realtà, lui chiedeva fondi (14 milioni) per gli imprenditori italiani all’estero; non per i consolati.
E preoccupato per i tagli è anche Sergio De Gregorio, il presidente della commissione Difesa di Palazzo Madama. Ma al Senato è di scena il decreto fiscale al quale la Casa delle libertà ha presentato solo 100 emendamenti e, di questi, venti sono in comune. L’obiettivo è quello di evitare il voto di fiducia sul provvedimento. Voto di fiducia che - ricorda Giulio Tremonti - nella precedente legislatura la sinistra definiva «un attentato alla democrazia». E che ora la maggioranza insegue con tattica dilatoria.