Nell’urna pesa anche il corpo di due martiri

Hatun e Semra erano turche e berlinesi, volevano vivere da donne libere, le ha uccise il delitto d’onore. E leggi che non le hanno difese

Alberto Pasolini Zanelli

da Berlino

In tutto il mondo, ogni campagna elettorale si nutre di programmi (poco), della personalità dei candidati (spesso molto di più) e di icone. Che possono consistere in un volto, in un nome, in un semplice «caso». In grande o piccola misura è possibile che almeno qualcuno fra i tedeschi che vanno alle urne domani per decidere sul futuro di Gerhard Schröder e di Angela Merkel si ricordi anche, nel momento di deporre la scheda, di due icone che fanno parte anche della sua storia e del suo futuro. La prima ha un nome e un cognome, Hatun Surucu, la seconda soltanto il nome e una iniziale, Semra U. Generalità esotiche, ma erano due ragazze di Berlino e sono state uccise perché volevano vivere, in Germania, da tedesche.
Semra aveva 21 anni e aveva lasciato il marito, come secondo la legge tedesca (e italiana e francese e americana e russa e turca) era suo diritto. Per gli integralisti che si richiamano alla Legge e al costume islamico ciò è invece inaccettabile e il consorte ha applicato il «codice morale» generosamente: con 36 coltellate dentro una cabina telefonica. Hatun di anni ne aveva 23, era nubile e aveva un figlio. A lei ci ha pensato il fratello Yul Ayhan, anni 19, per vendicare l’«onore della famiglia». Lo ha restaurato con tre colpi di pistola in faccia alla vittima. È successo sette mesi fa, l’altro giorno Yul ha confessato, poche ore prima che si aprisse il processo in un’aula qualunque, la B129 del tribunale di Moabit. Hatun viveva nel quartiere di Tempelhof, vicino allo storico aeroporto dell’allora «settore americano» dell’ex capitale. Semra abitava in Rhenicdorf, un altro nucleo storico della città.
Due ragazze berlinesi. In Germania avevano conosciuto la loro stessa sorte, in precedenza, altre 47 donne. Tutte turche, a quanto pare (Hatun per la verità era curda, ma per i «vendicatori dell’onore» non contano le identità etniche che in altro contesto infiammano le comunità, in patria e nell’emigrazione); ma non è questo che conta. Volevano vivere nella loro nuova patria, pretendevano che le sue leggi si applicassero anche a loro, proteggessero anche loro. Una storia del genere è stata raccontata anche in un film, nella loro patria d’origine, del regista Fatih Akin, dal titolo tradotto come «La sposa turca»; ma sarebbe potuto accadere, ed è accaduto tante volte, a donne in famiglie provenienti da altri Paesi islamici. Che in Turchia queste cose abbiano potuto essere denunciate (lo erano state già trent’anni prima nel famoso film «Yul» ambientato proprio in una comunità curda) dimostra che l’«avventura» della «europeizzazione» ha ancora forza e speranze nel Paese «reinventato» da Kemal Ataturk. Che i «delitti d’onore» continuino a verificarsi anche in barba alle leggi e alla civiltà dovrebbe aiutare a puntare i riflettori sull’altra faccia del dramma storico che si sta giocando nei Paesi islamici, ma anche nelle nostre patrie europee, che ospitano ormai milioni di musulmani. In Germania (o in Francia o in Italia o in Gran Bretagna) il pericolo è nascosto tra le pieghe di un processo apparentemente generoso all’insegna del «multiculturalismo». Nella tentazione di rivolgersi, per agevolare un’integrazione difficile, allo stratagemma di riconoscere statuti speciali nell’ambito delle singole «comunità»: che i musulmani regolino gli affari di famiglia fra loro, alla loro maniera, e così i cristiani, gli ebrei, eccetera. L’ultima iniziativa in questo senso si sta facendo strada in Canada. Ma l’attualità tedesca potrà servire, anche nel segreto delle urne, a lanciare un grido d’allarme: che si abbandonino, all’interno delle comunità, i deboli ai forti, la ragione al «costume». È successo a queste due ragazze di Berlino, ma riguarda domani tutti i tedeschi, e prima o poi, noi tutti.