Nella «banda larga» Italia senza rete e utenti Media: serve la riforma

Il messaggio di Cardani: «Solo il 36% di clienti può connettersi a 30 mega». E per la tivù: «Sistema obsoleto. Abolire canone Rai»

Italia arretrata nella rete a banda ultralarga. L'avevamo ampiamente capito, ma la certificazione ufficiale è arrivata dall'Agcom nella sua relazione annuale sul settore tlc e tv. Il presidente dell'Autorità per le tlc sferza il governo mostrando i numeri. In Italia le connessioni superiori ai 30 Mb (mega) sono presenti sul 36% del territorio nazionale contro il 68% della Ue e di conseguenza il digital divide è doppio rispetto a quello europeo e con situazioni che arrivano alla totale mancanza di copertura. Anche quando la connessione c'è, però, complice il costo e l'ormai proverbiale preferenza da parte degli italiani per le connessioni mobili, la banda ultralarga viene sotto utilizzata. Tanto che «solo il 4% delle famiglie utilizza connessioni superiori a 30 Mb (contro il 26% della Ue) e sono praticamente nulle sono le connessioni superiori a 100 Mbps (9% negli altri stati europei)».

Il presidente Angelo Cardani chiede dunque, e neppure tanto sottovoce, l'intervento del governo per colmare tale divario. A dire il vero un piano per la banda ultralarga ci sarebbe ma è purtroppo confuso, come quello del governo greco per la ristrutturazione del debito. Alle accuse di arretratezza della rete il presidente di Telecom Giuseppe Recchi, ha subito risposto che «la sua società ha aumentato gli investimenti». Certo che meglio va con la rete mobile dove il 3G, raggiunge il 98% del territorio(contro il 97% della media Ue).

Non meno allarmante il quadro generale dei media: tv, radio e soprattutto quotidiani e periodici. Per Cardani è regolamentato da un sistema normativo «frammentato e disomogeneo, ormai obsoleto rispetto alle sfide del presente», che obbliga a una «riforma ampia in materia di comunicazioni, informazione e media». Per questo Cardani invita il legislatore ad intervenire, anche sulla Rai, in vista del rinnovo della convenzione ventennale che scade l'anno prossimo. Occorre - dice - una riforma complessiva che parta dall' «individuazione del nuovo perimetro» del servizio pubblico e riveda il canone «nel segno di semplificazione, perequazione sociale e effettività della riscossione».

Sul fronte dei numeri, complice la crisi, il settore ha perso il 5,9%, con un fatturato totale di 52,4 miliardi. Il 61% dei ricavi arriva dalle tlc (32 miliardi, -7,7% sul 2013), il 27% dai media (14,3 miliardi, -3,2%) e il 12% dai servizi postali (6 miliardi, -2,3%). Il comparto comunicazioni incide sul Pil per il 3,3% ed è tutto in rosso, con perdite in doppia cifra per la rete mobile (-10,4%), per l'editoria in generale (-10,7%) e per i periodici in particolare. (-15,8%). Un confortante segno «più» arriva solo dal comparto Internet (+10% con fatturato di 1,6 miliardi) e dalla tv a pagamento (+1,4%, con ricavi pari a 3,3 miliardi), anche se è ancora la tv in chiaro a produrre i maggiori introiti (4,5 miliardi, -3,3% sul 2013).

Quanto ai media classici, negli ultimi 5 anni quotidiani, tv, radio hanno perso quasi 2 miliardi di euro di ricavi. Sul fronte televisivo guardando le singole aziende, la relazione ha sottolineato che Sky Italia è prima sul fronte del fatturato nel 2014 con Mediaset che però si riprende il secondo posto, toltole nel 2013 dalla Rai.