Nella cella dell’aggressore: "Mi faranno tornare a casa?"

Le parole di Tartaglia riportate dal leghista Salvini, in visita a San
Vittore: "È un ragazzone influenzabile. E mi ha detto: pensavo che lei
fosse un violento"

Milano - Sul tavolo c’è un rosario. Forse prega. Ricorda benissimo quello che ha fatto. Ma non ne parla volentieri. Non grande sofferenza, ma un pensiero quasi distaccato. Comunque lucido. Ci sono ancora i resti del pranzo, arance e qualche biscotto. Poco altro nella cella di otto metri quadrati con vista sul giardinetto che da domenica notte all’una ospita nel carcere milanese di san Vittore Massimo Tartaglia, il quarantaduenne che domenica sera ha colpito Silvio Berlusconi al volto con un souvenir del Duomo. Il reparto è quello dei detenuti nel Centro di osservazione neuropsichiatrica. In questo momento sono in sedici e lui è tranquillissimo. Forse anche un po’ sedato.

«Non è certo uno che odia Berlusconi». Addosso jeans, camicia e un golfino a righe. Vestiti da bravo ragazzo. È sorvegliato a vista ventiquattr’ore su ventiquattro per evitare follie. Gli psicologi lo visitano spesso. Cercano di parlargli. Di capirne un po’ di più. Ieri per la prima volta ha letto due quotidiani. «Ma le cose che ci sono scritte non sono vere. Ci sono troppe imprecisioni», ha spiegato a Matteo Salvini, l’europarlamentare della Lega che è andato a incontrarlo. «Ma è lei Salvini? Quello della Lega? Ma sa che in televisione mi sembrava un violento?». Che detto da lui fa anche un po’ sorridere.

Gli occhi di Tartaglia sono quelli di domenica sera. Solo più spenti. «È un ragazzone. Non certo un terrorista, né un anarchico. Un bravo fioeu. Con qualche problema. E proprio per questo è il tipico esempio di una persona facilmente influenzabile. Manipolabile da qualcuno che magari l’ha mandato avanti. A forza di leggere sui giornali l’odio per Berlusconi, ha fatto quello che ha fatto. Avesse letto di qualcun altro, sarebbe andato lì a spaccargli la faccia».

Adesso vuole solo leggere. «A casa non ho mai tempo, finalmente posso farlo. Meglio i libri. Dicono la verità, i giornali invece no». E così lui dalla biblioteca del carcere si è preso il Fu Mattia Pascal di Luigi Pirandello. Il papà, che è venuto a trovarlo insieme a Maurizio, il fratello più piccolo, gli ha portato Ogni giorno della mia vita di Nicholas Sparks. Chiede di casa, di Cesano Boscone, la sua cittadina. La casa. Un pensiero che ritorna. «Ma tornerò mai a casa? Mi lasceranno mai tornare?», ripete spesso agli agenti. Fa tenerezza a chi lo incrocia. La voglia di tornare dai suoi. Dalla mamma e dal papà con i quali vive. Anche se ha già quarantadue anni. Nessuna fidanzata e tanta voglia di qualcuno che si occupi di lui. Magari senza mandarlo avanti a fare una pazzia. «Se fossi Berlusconi - azzarda Salvini - passata l’incazzatura andrei a trovarlo. Ha bisogno di aiuto. Sicuramente c’è qualcuno che ha approfittato di lui».

Come va? «Non male. Non sto male qui. Si mangia bene. Io ho fatto per tanti anni il turista squattrinato. Campeggi, ostelli della gioventù. Ho dormito in posti ben peggiori». Disarmante. Come quando racconta dei suoi lavori da volontario nella riserva del Wwf di Vanzago. Ci doveva andare con il treno, perché la patente gliel’avevano ritirata. Ricorda di quando puliva le tane degli animali. Spostava la neve. I caprioli, le lepri, i conigli selvatici e gli uccelli rapaci. Guarda al di là della finestra. In quel quadrato di verde che magari almeno per un attimo gli può ricordare quell’oasi di pace.

Chiedergli perché l’abbia fatto non si può. L’ha raccomandato la direttrice del carcere. Ma lui non risponderebbe. Con gli agenti che ci provano cambia sempre discorso. Non è cosa. Come se quel gesto non fosse più il suo. Perché suo non era quell’odio. Era di altri. Che gliel’hanno semplicemente appiccicato. Scaricato addosso. Per poi abbandonarlo. Solo. Con un rosario e un libro.