Nella Cgil a pezzi è già iniziato il dopo-Epifani

Ridimensionare i contratti nazionali, triennalizzarli spostandone in avanti di un anno le scadenze - prima le intese erano formalmente ogni quattro anni ma di fatto biennali - e dare centralità alle trattative aziendali: sono le proposte impegnative presentate da Cgil, Cisl e Uil in questi giorni. Alle quali la Cgil si era a lungo opposta. Il potere cigiellino è infatti caratterizzato da una componente politico-ideologica fondata sulla centralizzazione delle vertenze.
Ora, e ancora di più dopo che il nuovo governo ridimensionerà il carico fiscale sugli straordinari e poi sui premi di produzione, la trattativa sui luoghi di lavoro diventerà decisiva per il reddito reale dei lavoratori. E così si aiuta ad aumentare insieme produttività e salari reali. Ma queste decisioni suscitano aspri contrasti nel sindacato di Guglielmo Epifani, nel quale non solo «la sinistra», ma anche il principale sindacato industriale, la Fiom, si oppongono. Lo scontro sarà duro come indicano i provvedimenti presi dalla Cgil Lombardia contro dirigenti milanesi della Fiom rei di episodi di dissidenza, e la polemica di Liberazione, di cui si scrive sopra.
La svolta nasce dalle sconfitte del gruppo dirigente della Cgil, a partire dal sostegno - d'intesa con la Confindustria montezemoliana - dato al governo Prodi. Il voto del 13 e 14 aprile, i tanti operai che votano per il centro destra, l'isolamento della Fiom alla Ferrari e a Pomigliano d'Arco, la vittoria della «destrorsa» Ugl alla Pirelli, hanno fatto capire al gruppo dirigente intorno a Epifani che rilanciare la sfida al governo Berlusconi come nel 2001 sarebbe stato suicida.
Lo scontro nella Cgil era iniziato lo scorso anno: in una prima fase Paolo Nerozzi, numero 2 di Epifani e uomo del pubblico impiego, si era schierato con Fabio Mussi, non aveva aderito al Pd e aveva lavorato per un asse Fiom-pubblico impiego (mussiani-rifondaroli) per la guida della Cgil. Poi era venuto il modesto accordo tra il governo Prodi e le confederazioni su pensioni e welfare, che - anche grazie alle concessioni per i lavoratori dipendenti - aveva spaccato l'unità nella sinistra cigiellina. Alla fine Nerozzi era diventato deputato del Pd. La Cgil, finita allo sbando, ha scelto così di non rompere a nessun costo con la Cisl che oggi guida le danze. Adesso, però, si dovrà decidere chi e su che linea comanderà in Cgil. La sinistra più la Fiom non pesano molto, anche per la recente disfatta elettorale di Rifondazione. Nerozzi cerca dall'esterno un accordo tra pubblico impiego e un pezzo di «epifaniani» per sostituire il segretario (quando questi probabilmente sarà presentato dal Pd alle europee) con Nicoletta Rocchi. Epifani vorrebbe una segreteria legata al suo piccolo gruppo di ex socialisti. Tipo Susanna Camuso, segreteria della Cgil lombarda che non a caso ha aperto le ostilità contro la Fiom.
I riformisti dei sindacati industriali (tessili, chimici, edili) puntano su Valeria Fedeli, segretaria dei tessili Cgil. Nella Cgil pesa il pubblico impiego, che dovrà però fare i conti non solo con un ministro esperto come Maurizio Sacconi, ma anche con un ministro alla Funzione pubblica, pure lui grande conoscitore di cose sindacali.