Nella chiesa di regime la messa più difficile del presidente Bush

Compromesso tra Casa Bianca e Pechino: il capo di Stato Usa oggi a una funzione autorizzata. Atteso un appello alla libertà di culto

George Bush, come noto, è molto credente e stamane a Pechino andrà a Messa. Ma non sarà una funzione come quelle a cui è abituato ad assistere quando è in viaggio per il mondo. Perché la chiesa che lo ospiterà non è libera, ma controllata dal regime. E mentre ci si aspetta che, alla fine del culto, il presidente americano lanci un vibrante appello in favore della libertà religiosa, c’è chi lo accusa di scarsa coerenza. Insomma, quella di oggi si annuncia come la messa più complicata dei suoi otto anni di presidenza.
Le premesse, d’altronde, sono state tutt’altro che incoraggianti. Nei giorni scorsi il regime aveva allontanato le personalità religiose, cristiane e buddiste, che lo stesso Bush si proponeva di vedere durante la visita. Poi le cancellerie hanno negoziato duramente per stabilire il luogo della funzione religiosa. Il capo della Casa Bianca aveva chiesto di poter pregare in una cappella creata dai fedeli in un’abitazione privata, una delle «Case-Chiese» autorizzate dal governo comunista, ma meno controllate dalla censura. Pechino, tuttavia, si è opposta, nel timore che quel gesto potesse essere interpretato dai fedeli come un incoraggiamento a ribellarsi alle Chiese ufficiali.
La situazione religiosa in Cina è assai complicata. Il regime permette che vengano professati molti culti, anche cristiani, ma solo con personale registrato presso l’Ufficio affari religiosi. Insomma, i preti devono essere fedeli al governo. Una limitazione che la Santa Sede, le principali Chiese protestanti e, ovviamente, il Dalai Lama hanno sempre rifiutato. Così, a titolo di esempio, oggi ci sarebbero quattro milioni di cattolici ufficiali, mentre quelli fuorilegge sarebbero il doppio.
Il braccio di ferro tra Washington e Pechino si è concluso con questo accordo: Bush si recherà nella chiesa protestante di Kuanje, che pur essendo riconosciuta dal regime, ospita seminari frequentati da sacerdoti delle Case-Chiese. Un compromesso, che, però, Amnesty International ha duramente biasimato: «In questo modo apre la strada alle autorità cinesi per limitare ulteriormente la libertà religiosa, perché le Chiese ufficiali vengono di fatto riconosciute dal presidente degli Stati Uniti», ha dichiarato ha dichiarato T. Kumar, uno dei direttori dell’organizzazione. Insomma, secondo Amnesty, Bush rischia di ottenere l’opposto di ciò che si era proposto.
Ecco perché ci si aspetta che il discorso di oggi sia molto incisivo, tanto più che verrà pronunciato poche ore prima dell’incontro ufficiale con il presidente Hu Jintao. La Commissione americana per la libertà religiosa vuole che Bush chieda il rilascio di una trentina di preti e vescovi cattolici arrestati dalla polizia negli ultimi anni. Altre organizzazioni hanno fatto pervenire alla Casa Bianca l’elenco dei pastori protestanti spariti e dei monaci buddisti incarcerati.
Ieri nel consueto discorso radiofonico trasmesso negli Usa, il presidente ha ribadito la sua «profonda preoccupazione» per la situazione delle libertà e dei diritti umani in Cina. Che cosa dirà oggi?