Nella culla delle rivolte arabe dove la gente ora teme l’islam

Reportage da Sidi Bouzid, dove un anno fa prese il via la "primavera". La donna simbolo della rivoluzione: "Svegliamoci o ci imporranno la sharia"

È iniziato tutto qui. Era il 17 dicembre e un agente aveva sequestrato a Mohammed Bouazizi il suo carretto della verdura. Lui è andato al comune per protestare, ma loro non lo han fatto passare. Mohammed aveva solo 26 anni, ma per lui perdere il lavoro era come perdere la vita. Per questo s'è riempito di benzina e s'è dato fuoco. Con quel gesto ha acceso i nostri cuori e la nostra rivoluzione». Un anno fa Maha Issaoui fa era solo una studentessa di 22 anni. Oggi è anche lei un simbolo. Le Monde l'ha inserita tra personaggi dell'anno, l'ha trasformata in un volto della rivoluzione, come quello del povero Mohammed appeso al palazzo del comune di Sidi Bouzid. Maha è stata la prima a far viaggiare le foto della rabbia di Sidi Bouzid su Facebook, la prima a propagare il fuoco della rivoluzione. Quel fuoco l'ha portata lontano. Il ministro degli esteri francese Alain Juppé l'ha incontrata, la Francia le ha regalato una borsa di studio l'ha mandata a studiare a Clemont-Ferrand. Quando finirà di studiare sogna di regalare una clinica di radiologia ai poveri della per la sua città.

Ma intanto i sogni fanno i conti con la delusione. È tornata per l'anniversario, ma ben poco è cambiato. «Siamo liberi, ma non certo soddisfatti, per capirlo basta guardarsi in giro». Maha ci prende per mano, ci porta sotto la tenda accanto al municipio dove bivaccano Faker, Hafedh e Mohammed, due lauree in storia e una in ingegneria. «Durante la rivoluzione tappezzavamo il comune con i nostri diplomi inutili. Poi abbiamo guardato i dimostranti morire e Ben Ali fuggire, ma un anno dopo siamo ancora qua, in questa tenda e le nostre lauree valgono ancora meno». Maha ti trascina al mercato delle verdure. I colleghi del martire Bouazizi sono ancora lì. Abusivi e arrabbiati come un anno prima. «La polizia non ci dà più fastidio, ma di licenze e permessi manco se ne parla» urla Nidal, uno che fino alla mattina di un anno fa lavorava gomito a gomito con il martire simbolo di Sidi Bouzid.

Tra le verze e le patate di questo mercatino il nome di Bouazizi non suscita, in verità, grande emozioni. «Era molto scosso, molto provato» ti borbotta un suo compagno quasi a far capire che di eroico nel suo gesto c'era poco. Fino a qualche giorno fa non si trovavano neanche soldi per erigere il carretto di marmo bianco che operai e scultori stanno finendo di mettere assieme davanti al palazzo del governatore in Avenue Bourghiba. Più dei soldi mancava la volontà. La casa del carrettiere martire nel quartiere Hay Nur, alla periferia di questa cittadina agricola nel cuore della Tunisia, è deserta da mesi. Sussurri e brusii parlan d'infamia ed opportunismo. «Suo figlio è diventato famoso e sua madre ha fatto i soldi. Adesso vive in un castello a Tunisi, a lei e alle sue figlie Sidi Bouzid sta stretta, si son dimenticate di esser nate povere come noi» insinua un vicino senza nome. Il castello è solo una casetta a due piani sul mare di La Marsa, il quartiere alla periferia di Tunisi preferito da turisti e stranieri. Ma la fuga dalle voci e dalle calunnie di Sidi Bouzid basta per accendere invidie e fantasie.

Per qualcuno che fugge, qualcun altro mette fuori la testa. Davanti alla moschea di Jamaa Bourghiba una folla di barbuti con camicione e pantaloni alla caviglia attende la preghiera del venerdì. Maha scuote la testa. «Un anno fa non c'erano. Sono saltati fuori adesso. Le elezioni le ha vinte Nahda, il partito degli islamisti. Io rispetto quel risultato, ma dobbiamo far molta attenzione. Se ci addormentiamo, se non facciamo capire che il modello di vita laico è più forte del fanatismo gli estremisti c'imporranno la loro legge». All'università Manouba di Tunisi sta già succedendo. Due settimane fa le facoltà sono state occupate dai militanti di «Ansar Sharia Tunis». L'organizzazione fondamentalista pretende di veder riconosciuto alle donne il diritto di entrare in aula indossando il niqab, la veste che lascia scoperti solo gli occhi. In attesa che gli islamici moderati di Nahda formino il loro governo le autorità hanno chiuso le aule. Fuori, intanto, montano timori e incertezze.

«Sono appena tornata e mi sembra già una follia - sussurra Maha - qui c'è un Paese da ricostruire e loro protestano per un vestito in nome della religione. Sarebbe come se noi ragazze laiche invece di lottare per il nostro futuro, ci battessimo per andare a lezione in minigonna».

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