"Nella ex Germania dell’Est c’è ancora paura del passato"

Parla il regista di «Le vite degli altri», film premiato con l’Oscar che racconta l’oppressione della Stasi

Roma - Florian Henckel von Donnersmarck, nato nel 1973, è il regista de Le vite degli altri, Oscar come miglior film straniero, in uscita venerdì prossimo.

All’epoca della disciolta Repubblica democratica tedesca era piccolo per capire, nella sua portata, l’oppressione del regime comunista nella Germania est. Come ha fatto per rendere così bene le atmosfere angosciose, descritte nella sua prova d’esordio?
«Ero un bambino, quando c’era il Muro, ma i miei genitori sono nati in Germania orientale, mia madre a Magdeburgo, mio padre in un paese della Slesia. Sebbene vivessimo a Berlino Ovest, nel periodo in cui si svolge il mio film, con i miei si passava spesso il confine, per andare a trovare i parenti all’Est. I miei genitori figuravano nella lista dei sorvegliati speciali della Stasi: ci perquisivano con una certa regolarità. Una volta fummo fermati, al confine. Mia madre entrò nel gabbiotto dei controlli, dove fu fatta spogliare. La interrogarono a lungo, mentre io e mio fratello l’aspettavamo in macchina. Tornò tremando e lì fu orribile, per me, realizzare che qualcuno potesse avere un tale potere su mia madre. Di certo, non ho fatto un film con i miei ricordi, ma ciò che vidi, da bambino, mi ha aiutato».

Ulrich Mühe, lo straordinario protagonista, miglior attore europeo agli European Film Award, qui nel ruolo dell’agente della Stasi che entra «nelle vite degli altri», a furia di spiarli, era sposato con un’informatrice della polizia per la Sicurezza di Stato, l’attrice Jenny Gróellmann. Però lui era all’oscuro...
«È vero. Mühe, magnifico attore sassone del Deutsches Theater, non è qui con me, perché molto malato. La sua storia personale e la persecuzione di cui è fatto oggetto, in Germania, da parte soprattutto dei suoi colleghi, lo hanno fatto ammalare. C’è gente che si rifiuta di lavorare con lui, perché ha avuto il coraggio di parlare, di prendere posizione, con il ruolo dello spione, che poi prova empatia per i suoi sorvegliati».

Com’è possibile che, nella Germania riunita dal 1989, non ci siano persone contente di conoscere, finalmente, la verità storica sulla Ddr e i suoi metodi repressivi?
«Parlano le cifre: meno del 10 per cento delle vittime della Stasi, ha utilizzato il diritto d’accesso all’Archivio della Normannenstrasse, a Berlino, dove sono custoditi gli atti e i memoranda, relativi a chi spiava chi e quando e come. La gente non vuole sapere e Ulrich Mühe è stato molto coraggioso».

In che modo il suo protagonista l’ha aiutata a restituire lo spirito del regime?
«Prima esitava. Era sconvolto dal fatto di venire a sapere che non solo la sua Jenny, madre di sua figlia, ma anche quattro attori della sua compagnia teatrale erano informatori di polizia. Ogni fiducia è venuta meno, in lui, mentre tutti, intorno, ci facevano il processo ideologico. Ci hanno pure accusato d’aver inventato la storia dei dossier, quando invece, nella disciolta Ddr, circolavano duecentomila collaboratori della Stasi. Una volta ho chiesto a Mühe: “Come hai fatto a essere così vero?”. “Ho solo ricordato”, ha risposto».

Esordiente lei, quasi sconosciuti i suoi pur ottimi attori: quali difficoltà ha avuto, per realizzare Le vite degli altri?
«Avevo il film in testa, ma i produttori mi dicevano che ero matto a parlare di Brecht, di Beethoven. “È un film troppo oscuro”, obiettavano. Pensavo che, forse, avevano ragione, che fossi matto sul serio. Poi ho trovato i fondi, un quarto di quanto costano film come questo e ho preteso il controllo artistico dei particolari».

Ottimo: cosa pensa dell’erigendo remake del suo film annunciato da Sidney Pollack?
«So che potrebbe situarlo negli Usa, per parlare del Patriot Act. O, forse, in Italia, affrontando il tema della Telecom. C’è sempre un’organizzazione di potere, che non rispetta la vita privata».