Nella foiba mucchi d’ossa e piastrine

Una foiba a clessidra e decine di corpi gettati dentro. Che diventano ossa. Che scivolano nella strozzatura, s’incastrano, precipitano e spariscono nel buio della terra. Dopo sessant’anni poi. C’è acqua sotto, neanche lo speleologo più biscia riuscirebbe a strisciare lungo quella roccia sinuosa. Deve fermarsi al primo passaggio, ma ce n’è abbastanza perché il rumore sordo delle ossa sfiorate gela il cuore. Perché dentro ci scivolano due storie di morte che in comune hanno la foiba a clessidra. Che mica la trovi più oggi l'imboccatura. Se l’è divorata il bosco.Tanto fitto che solo con una mappa puoi intuirla. «Se vuole la faccio arrivare precisa sul posto. Bisogna conoscerla palmo a palmo questa Val di Vara e io la conosco».
Giacomo Zanelli, 84 anni, ufficiale del Regio Esercito e poi della X Mas-battaglione Lupo, tiene in mano due lettere datate novembre 1972. Parlano di morti da onorare. Parlano di soldati buttati nella foiba di Campastrino, comune di Riccò del Golfo, località San Benedetto.
«Alla fine degli anni '60 - racconta Zanelli - ero segretario provinciale dell'unione combattenti Rsi e fra gli altri incarichi avevo quello della ricerca dei caduti. Ricevo una comunicazione anonima che riporta la voce insistente di una foiba a Campastrino dove sarebbero stati gettati militari tedeschi e italiani uccisi dopo la Liberazione». Perché vicino a San Benedetto «c’era un presidio tedesco-ricorda Zanelli-Una cinquantina di militari in tutto. Tra il 24 e il 25 aprile vennero circondati dalle forze partigiane che ormai scendevano liberamente a valle. Due giornate di combattimento finché i tedeschi si arresero. I partigiani catturano i 33 superstiti, di cui 3 italiani della marina nera di stanza a Portovenere. Li spingono verso la foiba che sta a duecento metri dal presidio. Gli sparano alla nuca e i corpi cadono dentro. Neanche la fatica di seppellirli».
Quasi trent’anni dopo, la soffiata. Parte una ricognizione. Gli uomini di Zanelli arrivano alla foiba, «era profonda una ventina di metri, forma a clessidra. Alla congiunzione delle due parti c’erano ossa di uomini e animali».Un veterinario riconosce i resti di almeno due muli. Gli altri sono uomini. «Rendiamo pubblica la scoperta, finché il 19 novembre 1972 i carabinieri, che ci avevano vietato ulteriori ricerche, chiedono l'intervento di speleologi genovesi. Tirano su ossa e piastrine numerate con nome e cognome. Truppe di fanterie e altri militari. Sistemiamo i resti in una cassetta di zinco che consegniamo al parroco di San Benedetto, don Giancarlo Furno. Che benedice le spoglie e le nasconde in sacrestia».
Zanelli con la lentezza dei suoi anni, apre la lettera indirizzata all'ambasciatore della Repubblica Federale Tedesca cui comunica il rinvenimento: «Grazie a fotografie scattate ad oltre 20 metri di profondità, siamo stati in grado di informare con prove di fatto le competenti autorità locali…E ieri 19 novembre alcuni speleologi genovesi hanno fatto sopralluogo e confermato quanto da noi già denunciato». Di seguito le piastrine: Walter Demann, 1030/40 E.T.; Karl Abe, 11475 E.T.; Kriesgs Marine, 886/43 K. Unito alla prima piastrina un anello d'acciaio. La lettera riferisce della consegna a don Furno e della volontà del comitato caduti di continuare le ricerche.
Dieci giorni dopo l’ambasciatore s’impegnava ad informare il servizio per le onoranze ai caduti germanici, con sede a Roma, per attuare le misure necessarie. «Sono venuti - ricorda Zanelli, hanno preso la cassetta e l’hanno sepolta nel cimitero sulla Futa, tra Firenze e Bologna».
Zanelli allarga le foto sulla scrivania, si vedono elmetti e mine anticarro gettate dentro. Si vedono crani e ossa allungati sull’erba.
«Nel '70 erano brutti tempi. Don Furno quei resti li ha nascosti sotto l’altare della Chiesa.Ci voleva niente che qualcuno li facesse sparire di nuovo. I tedeschi invece s'erano impegnati a mettere una lapide all'ingresso della foiba. Non se n’è fatto più nulla. Adesso ci sono solo erbacce. A nascondere le ossa che non siamo riusciti a recuperare».
Ascolti l'ennesima testimonianza, pensi che sì, ce n'è abbastanza, la faccenda è chiara. Poi scopri che di storia ce ne sarebbe un'altra: «Tre mesi fa sono al mio Circolo - racconta Gianfranco Camaiora, amico di Zanelli e appassionato ricercatore - si chiacchiera e viene fuori la faccenda di Campastrino. Uno dei presenti butta lì che, dopo la caduta del muro di Berlino, le autorità germaniche fecero una seconda ispezione, constatando anche questa volta l'impossibilità di accedere alla parte inferiore della foiba».
Che senso aveva tornare una seconda volta? Gli chiedi se ha le prove del blitz, ma ti dice di avere appreso i nuovi fatti dal figlio di un capo partigiano della zona di Calice al Cornoviglio. «Una degna persona, che alla fine della guerra fu responsabile della guardia civica. Uno di quelli che scortò i prigionieri di cui le dirò alla Spezia. Perché il 26-27 aprile i vari responsabili partigiani si trovano in mano la patata bollente dei tedeschi fatti prigionieri dopo la liberazione di Aulla e portati nel castello di Calice. Cinquantasette in tutto. Il 28-29 aprile la decisione di trasferirli alla Spezia». I tedeschi sarebbero scesi a piedi scortati dai partigiani. E pare che più volte questi li abbiano difesi da tentativi di linciaggio. «Fino alla caserma di via Cernaia, oggi dismessa, dove vengono consegnati ai carabinieri. Due giorni dopo un ben noto capo partigiano con la sua formazione li avrebbe prelevati insieme ad altri prigionieri condotti dalla Val di Vara, accompagnati alla foiba a clessidra, ammazzati e buttati dentro insieme a bombe a mano».
Un altro frammento. Un altro indizio di storia che sparisce, riemerge, si ficca ancora più giù e riprende fiato. Come un fiume carsico. Mentre dei cadaveri nella foiba ormai hai perso il conto. Resta un mucchietto di ossa che qualcuno ha seppellito in un lontano cimitero. E restano ancora tutti quelli che la terra non ha restituito, che una fitta vegetazione nasconde, a dieci chilometri dalla Spezia, in direzione San Benedetto, e poi, su, a sinistra, verso Campastrino.