Nella giungla per 19 anni, con lei anche un uomo

Cammina come una scimmia, ha il terrore degli altri umani e non parla. I contadini che l’hanno scovata: «C’era un altro selvaggio»

La ragazza della giungla non era sola. Alcuni contadini hanno visto tra le liane della Cambogia anche un uomo in fuga, magari in cerca della sua compagna. Lei non parla e non ricorda. Ma forse ha trovato il suo vero padre. Lui almeno ne è convinto.
Al poliziotto è bastato un attimo, il tempo di dare un’occhiata alle foto per esclamare: «Ma sì certo, questa è Ro. È mia figlia. Ve lo giuro». Quando nel villaggio aveva sentito parlare della storia della ragazza selvaggia ritrovata, il poliziotto Sal Lou, 45 anni, si era precipitato al comando per riconoscere la sua bambina. I tempi coincidevano, lui e la moglie 19 anni prima, nel 1988, avevano smarrito le figlie, di 8 e 6 anni, mentre erano di guardia a un bufalo d’acqua, in un villaggio di a circa 610 chilometri a nord est di Phnom Penh.
Scomparse nella giungla più fitta tutti avevano finito per credere alla disgrazia. Sbranate da qualche animale feroce o morte di fame. Ora questa strana notizia sulla bocca di tutte le donne del villaggio fa brillare di speranza gli occhi del poliziotto: «Ma guardate voi stessi è il ritratto di mia moglie, ma non vedete la somiglianza? E poi ha una cicatrice profonda sul polso: io me lo ricordo bene, se la fece da piccola, con un coltello, mentre giocava con la sorella più piccola». Ma a una settimana dal ritrovamento sulla storia di Rochom P’ngieng restano ancora molti dubbi. Lei, la ragazza della giungla, ora si trova a casa di Sal Lou e della moglie. Conosce poche parole: mamma, papà, sto male. Le hanno tagliato i capelli, un tempo lunghi fino alle ginocchia, le hanno pulito il volto, l’hanno costretta a fare i conti con la doccia e con le bacchette per mangiare il riso. Lei si è ribellata per i primi quattro giorni, ha urlato, pianto, gridato e mollato calci e sberle a chiunque volesse avvicinarsi. Poi, come una tigre domata, si è lasciata accarezzare a lungo dalla mamma. Ora lei resta lì, seduta in terra in un angolo della casa a fissare il vuoto. «Apparentemente non guarda nulla - racconta il padre poliziotto - I primi giorni sono stati davvero difficili, dobbiamo iniziare da capo con lei, insegnarle tutto, ma è migliorata molto, ora è tranquilla. E poi ha iniziato a comunicare con noi: quando ha fame si batte i pugni sullo stomaco».
E proprio la fame, una settimana fa, aveva riportato la giovane Rochom alla civiltà. Lei, che andava a rubare un po’ di riso ai contadini al confine con la giungla, è stata colta sul fatto e consegnata alla legge. Ma ora si scopre un’altro fatto inquietante. Non era sola. Oltre a scimmie e altri animali selvaggi, con Rochom sembra ci fosse anche un altro essere umano. I contadini sono certi di averlo avvistato, solo che non sono stati svelti come con la ragazza nel catturarlo.
Nel villaggio c’è chi sembra scettico e non crede nemmeno ad una parola di questo racconto. Qualcuno dice che è vittima degli spiriti e le malelingue continuano ad obiettare che quella cicatrice sui polsi non è che una cicatrice comune a tutti i malati di mente.
Nei piccoli villaggi della Cambogia le persone affette da ritardo mentale sono tenute legate all’interno delle loro capanne. Dopo anni di lacci ai polsi, è inevitabile che la carne si laceri formando una cicatrice come quella di Ro. Il mistero comunque dovrebbe essere svelato presto dalla prova del Dna. Allora forse si capirà cosa avevano da dire quei due grandi occhi, sempre rivolti verso la foresta, sempre a scrutare l’orizzonte, come se da un momento all’altro dovesse spuntare il suo Tarzan per riportarla alla sua vera vita, l’unica che lei conosce.