"Nella lirica troppe zucche vuote Per questo ho rifatto il Rigoletto"

Il critico torna alla regia con una nuova versione dell’opera di Verdi
in cui il protagonista "muore in un luogo di eros malefico". Adesso
tocca a Mozart

«La prima volta che mi fu offerta una regia d’opera rimasi trasecolato», confessa con una risata Vittorio Sgarbi. «Ma poi, rivedendo a ritroso tutte le brutture commesse in nome del nostro adorato melodramma, riconsiderai ex novo la proposta. In fondo, pensai, se accetto posso attenermi a quella linea di rigorosa sobrietà che troppo spesso viene ignorata da tante zucche vuote che scambiano il teatro musicale per la più disgustosa delle corride. E mi vennero in mente i mirabili versi del Parini...». Quali?, gli domando incuriosito, e lui di rimando: «Si ricorda l’incipit del poema intitolato La musica? Quando il poeta, con una vis comica che ha dell’incredibile, annuncia perentorio “Aborro in su la scena un canoro elefante/ che si strascina a pena su le adipose piante/ e manda per gran foce/ di bocca un fil di voce”? In quei pochi versi è già stato detto tutto: dall’orrore dell’esteta per i pesi massimi del Bel Canto al tremendo sconcerto per il kitsch. Quello che oggi ahimè non si limita alle scene pompier della Belle Epoque che ricordavano il circo equestre ma tradisce e svilisce lo spirito e le intenzioni del compositore».

E allora?
«Allora ho accettato».

Con questo «Rigoletto» che ha appena trionfato a Lecce? «Niente affatto. Si è scordato che tempo fa ho affrontato la stessa opera prima a Busseto e poi a Siena?».

Davvero? Scusi, me l’ero scordato. Ma allora questa edizione è un remake?
«Tutt'altro, è nuova di zecca. Sette anni fa, nel 2002, la mia attenzione si concentrò soprattutto sull’aspetto formale dell’apparato scenico. Con gli ovvii riferimenti alla Mantova della Camera degli Sposi del Mantegna che reagiva, coi suoi colori puri, contro i costumi ottocenteschi creati ad hoc da Vivienne Westwood. Mentre ora...».

Ora?
«Adesso la mia visione è radicalmente mutata. Sulla scena ho imposto la massiccia presenza di un gigantesco imbuto. Un “praticabile” da me battezzato il tunnel della memoria. Dove, come dal fondo di un abnorme cannocchiale rovesciato, l’occhio dello spettatore individua un gran cerchio, una sfera che di continuo muta di colore».

Come mai?
«Mentre al proscenio ci si muove, si respira, si canta e si agisce all’epoca di Giuseppe Verdi, sul fondo della “macchina celibe” s’intravede il lago di Mantova tutt’uno alla corte rinascimentale».

Un’immagine di pura bellezza, quindi?
«Sì e no. Perché ho voluto che la sfera fosse rossa come il fuoco, simbolo della passione e del tormento di Rigoletto che a tratti, distorta, diviene plumbea e cupa come nella pittura di Munch nel quadro finale della morte di Gilda».

Mi sta dicendo che stavolta ha eliminato il Mantegna, Giulio Romano e Cosmé Tura? I pittori che, nel suo primo «Rigoletto», ci introducevano al mondo fantastico della corte?
«Niente affatto. Quelli ci sono ancora, esistono dentro e fuori dal tempo per sempre. Sono lo specchio tragico dell’universo invertito di segno abitato dal gobbo creato da Victor Hugo nel suo dramma e poi ripreso da Verdi. Come si può cancellarli?».

Ma il pubblico dove li scorge?
«Al termine del suo sguardo quando, come un animale braccato, può solo contemplare il cacciatore ossia il quadro che, in fondo al tunnel, resiste impavido al flusso e al riflusso dei secoli».

Rigoletto è dunque dannato a compiacersi della visione che lo travolge?
«Rigoletto nasce e muore vittima dell’amore paterno all’interno del Palazzo del Tè, il luogo dell’eros malefico, sede ideale del libertino. Come Federico, l’eroe dell’Arlesiana di Cilea, l’altra opera che ho messo in scena, cantava il suo celebre lamento sullo sfondo di un altro luogo maledetto: il campo di grano assediato dai corvi, frutto del genio perverso di Van Gogh».

Un’ultima curiosità: prima o poi ci sarà un altro exploit di Sgarbi nel mondo delle sette note?
«Sicuramente. A Bari, nel rinnovato Petruzzelli, metterò in scena il Don Giovanni».

Un’opera che le si addice, mi pare. «Così dicono», replica lui impavido e sornione. A bocca chiusa ma con un riso che gli muore in gola.