Nella Londra del 2020 dominata da un regime l’eroe è un terrorista

Esce uno dei film più controversi della stagione prodotto dai fratelli Wachowski, quelli di «Matrix»

Carlo Faricciotti

da Milano

Paradossi hollywoodiani. Per girare un film su un terrorista che fa saltare per aria Westminster, la sede del Parlamento inglese, la major nordamericana Warner Bros ha messo a disposizione dei fratelli Wachowski, Larry e Andy, gli autori di Matrix, 50 milioni di dollari. Un uomo che entra in scena, indossando il giubbotto imbottito di dinamite dei terroristi suicidi e che agisce al grido di «Far esplodere un palazzo può cambiare il mondo». A spalleggiarlo, una Natalie Portman rasata a zero come Demi Moore in Soldato Jane. Per capire meglio V per Vendetta, nelle sale mondiali da domani, occorre un passo indietro. V for Vendetta, questo il titolo originale, nasce come graphic novel, cioè romanzo a fumetti nel 1982, firmato da Alan Moore. Nel suo lavoro Moore ipotizzava una Gran Bretagna nell'anno di grazia 2020, dominata da un governo di stampo fascista, orwelliano nel suo controllare ossessivamente ogni cittadino. L'eroe, chiamiamolo così, della storia, l'oppositore, è un personaggio brillante ma mezzo matto, chiamato V, e sempre celato dietro una maschera di Guy Fawkes. Nome che oltre Dover dice poco, ma popolarissimo in Gran Bretagna: Fawkes, fervente cattolico, il 5 novembre 1605 cercò di far esplodere il Parlamento dell'ormai protestante Regno Unito, senza riuscirci. V, frutto di un mostruoso esperimento governativo e dotato di superpoteri, dispone tanto di armi letali quanto di un macabro senso dell'umorismo e usa entrambi per manipolare i media, assassinare personaggi pubblici e far esplodere palazzi. Al suo fianco, Evey, da lui salvata dalle spire governative. Moore, nel suo lavoro, si preoccupa di mettere in luce il doppio volto di V: campione della libertà ma anche terrorista, eroe ma anche malvagio (a un certo punto del racconto tortura Evey per «aiutarla» a comprendere il suo punto di vista...). Un soggetto, ai tempi, futuristico: ora, dopo New York, Madrid e soprattutto Londra (la produzione non ammetterà mai che il ritardo nell'uscita del film, da novembre a marzo, sia dovuto alla paura di toccare nervi ancora scoperti dopo il 7 luglio 2005), da prendere con le molle. Un soggetto dalla metà degli anni Novanta nell'agenda dei Wachowski Bros, che nella trilogia di Matrix avevano mescolato, come Moore, grandi idee, impulsi libertari ed esplosivi scenari futuristici, facendo entrare nelle casse della Warner qualcosa come 600 milioni di dollari solo negli Usa.
Di fronte a risultati così, i due fratelli potevano dirigere quello che volevano. In realtà, nel caso di V per Vendetta, i due hanno preferito limitarsi alla sceneggiatura e alla supervisione, lasciando la regia a James McTeigue, loro assistente ai tempi dei tre Matrix. Lavorando sul prodotto di Moore, i Wachowski hanno apportato delle variazioni, alcune marginali (Evey sarebbe stata rasata in diretta, con tutte le complicazioni produttive del caso; V sarebbe sempre apparso in maschera, mai con il suo vero volto), altre sostanziali, guardacaso di tipo ideologico. Il punto è che V combatte sì un regime che, sancito da un vescovo pedofilo, rinchiude neri, omosessuali, islamici e oppositori politici in nuovi lager, ma è comunque un terrorista. Un terrorista eroico, un ossimoro vivente. Dopo gli attentati siglati Al Qaida (il film è stato girato a Berlino, ma la scena della distruzione di Westminster è stata girata in loco, tra lo sconcerto e la rabbia dei londinesi) tutto questo è difficile da far digerire. Attori e produttori, compreso Hugo Weaving, il Mr Smith di Matrix che interpreta V, insistono a dire che quest'ultimo è un personaggio ambivalente e sperano che la pellicola accenda il dibattito sul concetto di terrorismo. «Quello che mi hanno fatto è stato mostruoso» dice V, ma Evey risponde «e hanno creato un mostro». Uno scambio di battute che illumina il cuore del problema: V non è un limpido eroe tutto muscoli, ma un personaggio diviso e tormentato, in bilico tra positivo e negativo. Un'ambiguità pericolosa? L'ultima parola al pubblico.