Nella Monte Rosa per riscattare l’8 Settembre

La fuga in bicicletta con la fidanzata nascondendosi fin dopo la guerra

Maria Vittoria Cascino

«La Monte Rosa era a Chiavari il 25 aprile '45. Aspettava di arrendersi agli americani arrivati a Lavagna con mezzi corazzati. Quel giorno il vescovo passò il ponte che unisce i due comuni, andò incontro agli alleati, mentre a noi aveva detto di non muoverci fino alle 18. Siamo rimasti lì fino alle 19,20. Gli aerei volarono su Chiavari per tutto il giorno. Dopo pranzo arrivò una cannonata in piazza delle Carrozze. Un bambino che stava guardando venne colpito in pieno».
Omar Nestore Busi, classe 1917, il viso scavato, lo sguardo intenso, parte dall'ultimo giorno. Lentamente. Non è questione di fatti e basta. Busi è di nuovo là. Come sessant'anni prima. Ce l'hai davanti, eretto e impeccabile a dispetto dei suoi anni. Ma ti sta guardando dalla stanza della caserma di Verona dove l'otto settembre '43 stava lucidando i suoi scarponi. Per la libera uscita, per la sua bella che l'aspettava: «Ero solo in camera. Entra un sergente anziano che piange. Mi dice della resa. Mi dice che gli ufficiali, oltre mille, quasi tutti reduci d'Africa, stanno scappando».
Busi, sottufficiale del Regio Esercito, volontario in Africa settentrionale con il III Battaglione Carri M 13/40, Divisione Ariete, ti vuole raccontare cosa c'era dietro quelle lacrime. Cosa ci faceva in quella caserma e perché lascia cadere lo stivale e gli occhi dalla finestra non li stacca per ore. Non segue i colleghi. Resta lì. Deve pensare. Il film gli scorre negli occhi. Lui che in Africa si arrende per ultimo e viene fatto prigioniero dagli inglesi. Lui che evade cinque volte e travestito da arabo si nasconde per tre mesi a Bengasi. Finché arrivano i tedeschi per riconquistare la Cirenaica, fino ad El Alamein. «Alla fine del '41 torno in Italia. Mi trasferiscono a Verona. Ero addetto all'ufficio propaganda. L'otto settembre non riuscivamo a capacitarci della resa. Rimasi nel mio ufficio dalle 7 alle 13. Immobile. A fissare dalla finestra quella piazza che si riempiva e svuotava di gente. Restò solo la mia ragazza e in caserma eravamo cinque in tutto».
Il colonnello gli chiede di tenersi nei paraggi, in attesa degli americani. Macchè. Busi comincia a pensare. Da due giorni la testa gli ronzava in quello sguardo nel vuoto. «Butto la chiave alla mia ragazza perché prenda i miei abiti. Mi vesto in borghese, acchiappo una bicicletta, carico lei e la valigia e andiamo a casa dei suoi». È il 9 settembre. Busi aderisce alla Repubblica Sociale e si arruola i primi di novembre del '43. «Mi ripresento al 32° carristi di Verona. Ma divento cacciatore di carri». Lo assegnano alla Monte Rosa e lo spediscono in Germania, Foresta Nera, per l'addestramento. È gennaio, la sua baracca è la numero 17. L'osteria vendeva solo birra: «I tedeschi non scherzavano e noi non eravamo attrezzati per quelle temperature. Fu durissima, ma loro erano leali. Durante un'esercitazione un comandante perse la vita per salvare un italiano». I ricordi s'intrecciano nelle parole. I fatti affluiscono come sangue alla testa. Galleggiano a tratti, cerchi di seguirne la sequenza spazio temporale, ma avanzano a bracciate potenti, violente. Li raccogli così, come Busi, gli occhi lontani, se li sente alla gola.
«Nel '45 arrivo a Pieve di Cento, Bologna. Ci abitava mia zia, pensavo di rifugiarmi da lei, ma mi dice di scappare, che m'ammazzano. Lì avevo un cugino, Werther Busi, camicia nera, morto in combattimento a Porta Lame nel '45. I partigiani però avevano catturato l'altro mio cugino, Loris, poi massacrato con i sette fratelli Govoni e sepolto accanto a loro. Era l'unico Busi non fascista. Loris pensava solo al forno. Aveva cinque figli, l'ultimo di appena due mesi. I partigiani prelevarono Loris e lo chiusero in carcere. L'ultimo a vederlo fu il figlio dodicenne, che gli portava il cibo dentro. Era già irriconoscibile. Poi sparì. Tempo dopo una donna, in confessionale, raccontò al prete dove era stato sepolto».
I flash back s'accavallano. Busi adesso parla di nuovo della Monte Rosa. L'orologio torna indietro di qualche mese. «Il 28 ottobre '44 partimmo per la Garfagnana. Raggiungemmo la linea del fronte per dare il cambio ai tedeschi. Non avevamo né cannoni né cavalli, solo due panzerfaust, gittata 160-180 metri. La notte di Natale avanzammo a sfondare le linee americane».
Nel febbraio '45 il rientro in Liguria. «Rimanemmo a Carasco fino al 24 aprile. È qui che ha perso la vita il mio caro amico tenente Bernabei. Aveva preso la mia bicicletta (e per questo litigammo). Arrivava da Graveglia. Aveva saputo che nella notte i partigiani sarebbero stati a Sant'Alberto. La sera stessa mi accorgo che l'attendente gli sta ingrassando gli scarponi. La mattina seguente un soldato mi dice che Bernabei è morto». Era il 15 aprile. Sembra che il tenente, con alcuni uomini, avesse raggiunto Sant'Alberto, dove c'è una chiesetta. «Riesce a catturare senza colpo ferire due partigiani e intima a quelli nascosti nella casupola adiacente alla chiesa di uscire. Si becca 15 pallottole dalla spalla all'anca. Viene ferito anche un alpino che morirà all'ospedale di Chiavari».
Da Carasco Busi scende la notte del 24 aprile. «Faccio Chiavari e poi Rapallo. Due donne mi forniscono un cambio di vestiti» . Film già visto. Le donne sembrano essere la sua buona stella. Busi torna a Chiavari dove aveva dei cugini. Si ferma cinque giorni. Il primo maggio decide di raggiungere Genova. Con lui c'è la fidanzata, che è di Carasco. Hanno una bicicletta e una valigia. Busi carica la donna, la valigia e una bimba di quattro anni, rimasta sola. Comincia a pedalare. Il fiato grosso e la paura che azzera i battiti. «A Pieve Ligure, sul ponte, ci sono i partigiani. Ci fermano, vogliono portarmi al comando, vogliono interrogarmi». Sanno cosa vuol dire. La donna inveisce contro di loro in dialetto. Grida sempre più forte. É la forza della vita, è la rabbia , il dolore, è tutto quello che tutti hanno sofferto e ingoiato. Lo capiscono anche i partigiani e li lasciano andare. «A Genova restammo nascosti per molto tempo. Poi lentamente riprendemmo a vivere. Lentamente».