Nella notte il blitz di Riofreddo finito in tragedia

Il blitz che costò la vita a Donatoni fu voluto dalla Procura di Brescia per cercare di liberare Giuseppe Soffiantini, l’industriale bresciano rapito il 17 giugno 1997 nella sua villa a Manerbio e rilasciato poi, con un orecchio mozzato, il 10 febbraio 1998, vicino Prato. Era il 17 ottobre ’97 quando l'agente dei Nocs Samuele Donatoni, fintosi intermediario per pagare il riscatto, morì in una sparatoria coi banditi a Riofreddo, nei pressi di Roma. Doveva essere la trappola per catturare i sequestratori, finì in un conflitto a fuoco tra la polizia e una parte della banda.
Soltanto il 17 marzo del 2000 si aprì tuttavia il primo squarcio di verità su cosa realmente fosse accaduto quella notte. Il medico legale aveva infatti stabilito che l’ispettore dei Nocs Donatoni non era stato colpito dal bandito Mario Moro, ucciso poi in un conflitto a fuoco con la polizia tre giorni dopo la prima sparatoria. Simona Del Vecchio, anatomopatologa spiega innanzitutto che Samuele Donatoni presenta due ferite trapassanti, una alla coscia sinistra e una con foro d'entrata nella parte anteriore del torace, all'altezza dello stomaco. È ovviamente quest'ultima che ne ha provocato la morte perché il proiettile ha attraversato il torace. Ma il medico precisa che è quasi impossibile che si sia trattato di un solo colpo che ha seguito una traiettoria bizzarra, quindi bisogna ipotizzare due proiettili, entrambi provenienti dalla sinistra dell'ispettore. La Del Vecchio aggiunge poi che quei fori d'entrata e uscita sono compatibili con i proiettili del Kalashnikov, ma non con la distanza alla quale, presumibilmente, si trovava Mario Moro.
Per questo qualche mese più tardi la terza Corte d'Assise di Roma, presieduta da Mario Almerighi, chiede la riesumazione della salma di Samuele Donatoni e una perizia medico-legale per ricostruire esattamente la dinamica dell'accaduto. Nel giugno dell’anno scorso ecco le conclusioni dei periti: Donatoni sarebbe stato ucciso dal «fuoco amico».