Nella patria dei Bin Laden drogati tre abitanti su quattro

Un Paese medioevale, stretto nella morsa dei fondamentalisti e della dipendenza da qat, un allucinogeno di cui fa uso il 72% della popolazione maschile

È la terra del sonno e del terrore, il paese del Qat e delle tribù fedeli alla famiglia di Osama Bin Laden. In quell’angolo di Medio Oriente dove Alberto Moravia descriveva le meraviglie di Saana, Venezia del deserto, ozia oggi un paese stremato dall’abuso di piante anfetaminiche e minacciato dalla collusione tra regime e terrore integralista.
L’abbraccio tra potere e terrore ha un sapore ancestrale. Il padre di Osama Bin Laden vide la luce nel villaggio di Al Rubat, in quella regione settentrionale di Hadramaut dove ancora oggi sono garantite incolumità e libertà di movimento per qualsiasi militante integralista. I legami si rafforzarono negli anni ’80 quando il regime di Alì Abdullah Saleh mise a disposizione dei volontari di Osama Bin Laden i campi d’addestramento per la guerra ai sovietici. Il favore venne ricambiato ai primi anni ’90 quando i militanti della nascente Al Qaida diedero una mano a Saleh nella guerra contro il regime comunista di Aden che porterà all’unificazione dello Yemen. Da allora Saleh non ha perso una rielezione e molti suoi uomini di fiducia non hanno dimenticato i passati legami.
Non a caso Jamal Al Badawi, pianificatore dell’attentato all’ incrociatore Uss Cole, costato nel 2000 la vita di 17 marinai americani, si è visto commutare la condanna a morte in 15 anni di carcere ed è in seguito evaso per due volte. Non a caso la seconda evasione, la stessa che riporta in liberta una quindicina di capi terroristi, arriva nel febbraio 2007 mentre le cellule di Al Qaida combattono, a fianco dell’esercito, la rivolta delle tribù sciite del nord. Gli attacchi a colpi di mortaio all’ambasciata americana e poi a quella italiana dello scorso marzo erano stati preceduti, del resto, dalla richiesta di liberazione di tutti i detenuti integralisti. E l’attentato di ieri è stato preceduto dalle assicurazioni, rivelatesi false, che hanno spinto il Dipartimento di Stato a far rientrare il personale evacuato per precauzione la scorsa primavera.
La peggior minaccia verde non ha però il colore dell’Islam integralista, ma quello del Qat, la pianta narcotica capace di trascinare il paese nelle braccia di Morfeo tra le due e le sei di ogni pomeriggio e ridurre in cronica depressione i suoi abitanti. Per osservare lo stato di assoluta narcodipendenza che trasforma in schiavi del qat il 72% dei maschi yemeniti e il 33% delle donne basta passeggiare per le strade della capitale.
Alle dieci il mercato è invaso dai venditori d’erba e dai clienti a caccia della migliore balla di foglie. Concluso l’affare primario la vita non si prolunga oltre l’ora di pranzo. Dopo l’ultimo boccone inizia quella ruminazione senza sosta che trascina il paese nell’incoscienza fino all’ora di cena. Per realizzare quel «sogno» collettivo ogni anno si seminano, si coltivano e si vendono 360 milioni di piantine di qat. Un solo ettaro di quella velenosa «camomilla» garantisce entrate per 8.500 euro a fronte dei 1500 consentiti da altre culture. Ma l’irrigazione di quella giungla di narcotici richiede il 40-50 % di acqua in più di qualsiasi altra piantagione contribuendo a dilapidare il ridotto patrimonio idrico. Di questo passo lo Yemen impiegherà dieci anni per bersi l’ultima goccia d’acqua. In attesa di quell’irreversibile destino il paese addormentato sopravvive grazie alla generosità degli emirati arabi costretti la scorsa estate a spedirgli 500mila tonnellate di grano per evitare la carestia.
Ma carestia e siccità sono poca cosa rispetto ai disastri provocati da una pianta che trascina i suoi consumatori a una depressione cronica e a una dipendenza irreversibile. Così in un paese dove un terzo della popolazione vive con due dollari al giorno e dove la stessa somma non garantisce una «masticata» di qualità la fame da Qat ha spinto un padre di famiglia a vendersi per 150 dollari la primogenita undicenne.