Nella ragnatela del web con Ambra e Fukuyama

<em>Continua il «viaggio» del Giornale alla ricerca delle cose - idee,
libri, valori, mode, scoperte, innovazioni - che gli ultimi tre decenni
ci hanno lasciato in eredità. </em><em>Oggi è la volta di Massimiliano Parente che «rilegge» gli anni Novanta</em>

Continua il «viaggio» del Giornale alla ricerca delle cose - idee, libri, valori, mode, scoperte, innovazioni - che gli ultimi tre decenni ci hanno lasciato in eredità. La scorsa settimana, mercoledì 28 luglio, Luigi Mascheroni ha affrontato gli anni Ottanta («Eighties, la sostenibile leggerezza della creatività»); oggi è la volta di Massimiliano Parente che «rilegge» gli anni Novanta; mentre la prossima settimana sarà ad affrontare il «lascito culturale» degli anni Zero.  

Cosa resterà di questi anni Ottanta? Questo si domandava il cantante Raf, perché all’epoca sembrava che gli anni Ottanta non avrebbero lasciato nulla. Oggi si rimpiangono come si rimpiange tutto ciò che è passato, perché è passato. I Novanta invece non sono ancora stati sdoganati, nessuno si riconosce negli anni Novanta, se togli la politica e Tangentopoli a nessuno viene in mente niente degli anni Novanta, e invece ci sono tante cose memorabili.

Novanta, la gallina canta? Ma quale gallina, per me gli anni Novanta iniziano con Mietta al Festival di Sanremo, con Vattene amore. Non ho mai smesso di ascoltarla da allora, non ho mai smesso di desiderare Mietta da allora, non ho mai smesso di sentirmi il suo barbaro invasore senza mai riuscire a invaderla, Mietta, solo a averla nell’iPhone. Così Mietta passerà alla Storia anche se non mi ha mai telefonato, mai, sebbene io l’abbia sempre citata alla prima occasione in ogni articolo, e resterà nella Storia perché restano solo gli amori non corrisposti, come Giacomo Leopardi con Fanny Targioni Tozzetti, come Francesco Baccini con Dolcenera, e dunque gli anni Novanta iniziano con Mietta, l’amore mio, sebbene di lì a poco dovetti subire il lutto dell’altro amore mio, Freddy Mercury, anno 1991, appena dopo l’uscita di Innuendo, uno degli album più malinconici dei Queen. E subito dopo un altro lutto, quando morì giovanissimo uno dei miei scrittori francesi preferiti, Hervé Guibert, del quale si cominciarono a tradurre solo allora i libri in italiano, e dire che scriveva all’Isola d’Elba. Furono gli anni in cui l’Aids si portò via i migliori, lasciandoci i peggiori.

E proprio la disperazione per la morte di Freddy e di Hervé e l’amore non corrisposto per Mietta e l’odio per l’usurpatore Amedeo Minghi mi portò a identificarmi in Patrick Bateman, il serial killer protagonista del magnifico romanzo di Bret Easton Ellis, American Psycho, uscito nel 1992, che suscitò scalpore in tutto il mondo, un romanzo degno di Dostoevskij. Da noi, nel nostro piccolo, saltò fuori la «gioventù cannibale», una gioventù che non ha mai fatto paura a nessuno, erano giovani consumatori di omogeneizzati e con il senno del poi da Ammaniti a Nove al resto del Kindergarten sono diventati tutti delle mamme mancate: l’ultimo romanzo di Tiziano Scarpa sull’importanza di partorire un figlio è superato dall’ultimo libro di Antonella Clerici, allora tanto valeva tenersi la Cardella di Volevo i pantaloni e Volevo i pantaloni 2, e chissà che fine ha fatto, la Cardella, avrà almeno aperto una jeanseria, spero. Ma erano anche gli anni in cui in Italia si pubblicavano gli ultimi veri capolavori di Aldo Busi, come Vendita galline km 2 e Cazzi e canguri (pochissimi i canguri), prima che Busi diventasse un personaggio interscambiabile con Platinette.
Gli anni Novanta sono stati anche, per lo più, uno strascico degli Ottanta, un ponte di transizione con il decennio successivo e un’era tecnologica di passaggio anche nella vita quotidiana: dalle interurbane con il telefono fisso ai cellulari Tacs solo per ricchi (dei mattoni neri che oggi ti rimanderebbero indietro anche in Senegal) al Gsm per tutti, anni in cui io, nel 1998, all’uscita del mio primo romanzo, riuscii a comprarmi l’ambito Motorola a conchiglia, quello dei fichi, ma senza avere una lira per telefonare, facendo uno squilletto agli amici ricchi per farmi richiamare.

Nessuno se ne accorse all’inizio, ma proprio negli anni Novanta nacque tra l’altro il World Wide Web, e nonostante si navigasse lentissimi e a tariffe Telecom impossibili ci sembrava già meraviglioso caricare un’immagine da un sito aspettando mezz’ora per vederla apparire sullo schermo, srotolando prolunghe telefoniche di dieci metri. Era l’alba della rivoluzione.

Gli anni Novanta sono gli anni della cosiddetta tv spazzatura, e a guardarla oggi altro che spazzatura: era una televisione fantastica, si respirava un’aria libera e scanzonata, meno rimbecillita e meno moralistica, si sperimentava allegramente e senza tronisti, D’Agostino prendeva a schiaffi Sgarbi. C’era Giuliano Ferrara con L’istruttoria, capelli lunghi sudati e bretellone rosse, e era un libertino meraviglioso, Giuliano, prima che si convertisse al vaticanesimo oscurantista diventando un «ateo devoto», io preferisco ricordarmelo in Lezioni d’amore, quando con Anselma Dell’Olio si parlava di sesso spinto con la scusa degli uomini messi in crisi dalle nuove femmine rampanti.

Insomma, se in letteratura non avevamo un Nabokov italiano, e Moravia morì preciso allo scoccare dei Novanta (ma di vecchiaia, non di Aids, e lasciandoci in eredità Carmen Llera), il voyeurismo più sublime si incarnava nella tv commerciale. Non c’erano ancora i reality, tuttavia le casalinghe procaci, le pornostar, le veline o aspiranti tali, invadevano il Maurizio Costanzo Show, che intanto si allevava in seno Maria De Filippi ponendo le basi di dominio sul decennio successivo. Eppure, mentre Paolo Brosio stava piantato davanti al Palazzo di Giustizia, il più rivoluzionario fu Gianni Boncompagni: lui zitto zitto e spudoratissimo mandò in onda le prime ragazzine minorenni scosciate e desiderabili, in una trasmissione dal titolo geniale, Non è la Rai, tanto per sottolineare il concetto, e i mariti nelle famiglie italiane restavano incollati a guardare Ambra, Pamela, Alessia, Miriana e Emanuela sognandosele di notte e di giorno, e gratis. E, ieri come oggi, la sinistra, che parla tanto di popolo, non aveva capito niente, e non sapendo cosa proporre di originale, propose un geniale referendum per abrogare la tv commerciale, per togliere agli italiani Ambra e le veline e lasciargli Pippo Baudo e la Carrà e Mixer in nome del «conflitto di interessi», senza accorgersi di entrare in conflitto con gli interessi dei telespettatori.

Così anche a livello internazionale, nell’immaginario collettivo, più della Guerra del Golfo degli anni Novanta rimarrà il pompino di Monica Lewinsky, quando gli storici erano impegnati a discutere con Francis Fukuyama e il suo saggio La fine della storia, una immane cantonata presa sotto le macerie del Muro di Berlino. Finito il comunismo finita la Storia, sosteneva Fukuyama, in quanto il capitalismo e la democratizzazione mettono fine agli eventi storici, e mentre tutti discutevano della fine della Storia, negli stessi anni un signore di nome Mohammed Atta frequentava corsi di pilotaggio negli Stati Uniti andando solo alle lezioni di decollo, e nessuno si chiedeva perché, oltre a decollare, non fosse interessato a atterrare. Nessuno se lo chiedeva perché la Storia era finita, l’aveva detto Fukuyama. Almeno fino al decennio successivo, ma quella è un’altra storia e io sono sempre qui, immobile, dopo vent’anni, come un personaggio di Samuel Beckett, aspettando non Godot, ma una telefonata di Mietta, e più trottolino amoroso di così si muore.