Nella rete della Gea finivano anche le giovani promesse

Dall’informativa dei carabinieri emerge come la società dei figli di papà non si limitasse a controllare le squadre di A ma «gestisse» anche le serie minori e le giovanili

Massimo Malpica

Fantasmi. Personaggi invisibili che si muovono nell’ombra Gea. Portatori d’acqua predestinati a bruciare le tappe e a scalare i vertici del calcio che conta. In gergo sono i «procacciatori» e se la società dei «figli d’arte» agisce e guadagna in regime di monopolio, un merito va ascritto anche alla loro totale abnegazione. Infatti «l’azione tentacolare della società - scrivono i carabinieri nell’informativa inviata alla procura di Napoli - è determinata proprio dai collaboratori, che da un capo all’altro riescono a indirizzare i giocatori delle diverse categorie verso la medesima società». Ecco la storia dei «procacciatori» secondo il dossier dell’Arma. Fra i primi a parlare del sottobosco Gea è Franco Baldini, ex direttore sportivo della Roma, nemico giurato del «sistema Moggi». Dice a verbale: «In pratica non è la creazione di una società che rappresenta un gran numero di calciatori e allenatori che inficia la concorrenza stessa, ma è l’applicazione di un “metodo” da loro perpetrato che ha come prodotto tale risultato. Infatti, la circostanza allarmante di tale situazione è che con la Gea interagiscono numerosi agenti di calciatori, alcuni dei quali formalmente legati, mentre molti altri (ed è qui la situazione più inquietante) pur non formalmente affiliati, e quindi apparentemente autonomi, sono subdolamente rispondenti a logiche della predetta società e in tal modo inquinano le normali regole di concorrenza e correttezza professionale».
LA CHIOCCIA GEA
DALLE UOVA D’ORO
Il «metodo» viene applicato, indistintamente, dalla serie A alla serie D passando per le «giovanili» di club rinomati o di spessore provinciale. Proprio per i ragazzini più promettenti uno dei fedelissimi di Moggi, Zavaglia, ha creato un polo calcistico denominato San Lorenzo Calcio. «È un vero e proprio vivaio - osservano gli inquirenti - dove confluiscono tutti i giovanissimi calciatori del bacino capitolino, per poi destinare quelli ritenuti delle promesse alla Lodigiani o alla Roma, custodendo nel contempo le loro procure, garantendosi in tal modo la gestione in esclusiva di tali sportivi». Non è un caso, dunque, «che i giovani della Roma, Aquilani, Corvia, Bovo, Ferronetti siano tutti assistiti da Zavaglia». Cioè, dalla Gea. Nella rete dei collaboratori esterni disegnata dai carabinieri spuntano i nomi di molti agenti, ufficiali e no. C’è Emiliano Zavaglia (figlio di Franco), Davide Lippi (figlio di Marcello), Pasquale Gallo, Massimo Brambati e Pietro Leonardi, quest’ultimo ascoltato ieri in procura a Napoli.
TERNANA O TARANTO
AFFARI VIA SATELLITE
Zavaglia junior ha un filo diretto, per esempio, con Viterbese e Giulianova. Davide Lippi, oltre a «gestire» il papà-ct, segue Alessandro Moggi. Passa dalle rocambolesche trattative sul calciatore Adrian Mutu ai tentativi di «sottrarre la procura di Blasi all’agente Antonelli» fino a curare la carriera di Frara e Frick nella Ternana, o quella di Jimenez e Adheshina, girato alla «consociata Gea» Reggina.
La società rossoverde è un altro feudo della Gea World: Zavaglia in una telefonata si vanta di aver piazzato l’allenatore Brini. Quanto a Davide, «per i riflessi vantaggiosi legati al fatto di essere figlio di Marcello, ct dell’Italia e uno dei più longevi allenatori - continuano i carabinieri - la sua posizione è di portata strategica». A Pasquale Gallo, invece, la Gea affida la cura di Salernitana (vanno convinti i genitori del giocatore Molinaro), Viterbese e Andria, per il tramite dei giocatori Gamboni e Pieroni, e soprattutto del Taranto, società considerata «amica». Il 28 dicembre 2005 Gallo contatta con una certa fretta il «superiore» Zavaglia.
Gallo: «Bisogna dare una mano al Taranto in modo tale che si possa salvare quest’anno, così da avere un buon gruppo per l’anno prossimo».
Zavaglia: «Ehm...».
Gallo: «Sarebbe il caso di mandare alcuni giocatori: Banchelli. Biancone, Criniti, Rone, Nicoletto, Andrisani e Leoni...».
Z: «Ne parliamo...».
DAL CROTONE ALL’IVREA
L’ATTIVISMO DEL «BRAMBA»
Negli anni Novanta era un promettente difensore di Bari e Torino. Poi è diventato famoso per la frase «se la fortuna è cieca la sfiga ci vede benissimo». Oggi Massimo Brambati è diventato celebre perché indicato come supervisore del breve interregno romanista di Gigi Del Neri. In Serie B aveva un rapporto preferenziale con l’ex presidente del Genoa, Preziosi, al quale - secondo i carabinieri - ha riversato nella rosa giocatori provenienti dalla «scuderia Gea» permettendo una scalata al campionato, poi vanificata dalla squalifica. Il 16 gennaio esulta al telefono col piccolo Moggi: «Visto? Hanno segnato solo i nostri, ha segnato Milito, Rimoldi e pure Caccia». Stesso storia per l’Avellino, altra «società satellite» della Gea. Colloquio del 16 ottobre 2004 con Alessandro Moggi. «Ehi Bramba - dice il figlio di Big Luciano - devi convincere Sogliano ad accettare il trasferimento all’Avellino. Fagli capire in qualche modo che (la società, ndr) è molto vicina alla Juve». Quando mancano pochi giorni al Natale del 2004 il «Bramba» chiama Moggi jr riferendogli di aver parlato con Agostinelli, allenatore del Crotone, «e che pertanto occorre mandare via Savoldi». A seguire, un mese dopo, si danna l’anima per soddisfare le richieste dell’Ivrea in cerca di una punta. Telefona a Zavaglia: «La squadra è in C2, hanno disponibilità economiche, è terza in campionato. Gli serve una punta. Chi ti viene in mente?». Zavaglia gli propone Kanyengele, che sta al Catania.
IL CODICE LEONARDI
«IL MISTER NON CONTA»
Pietro Leonardi, sostengono gli inquirenti, è un altro pezzo strategico della Gea. Un esperto senza eguali di serie B e C1 e C2. Conosce gli emergenti per aver lavorato alle giovanili della Juve, ha contatti in ogni squadra (nel Teramo va a caccia di portieri). Prima di approdare all’Udinese, come Ds, è stato alla Reggiana, un incarico «sponsorizzato» da Moggi e Giraudo in persona. Su di lui i carabinieri si soffermano a proposito di una telefonata del 9 gennaio 2005 con Zavaglia. Ci sono problemi alla Lodigiani, la terza squadra di Roma che milita in C2 e che oggi si chiama Cisco.
Leonardi: «Occorre fare al più presto un incontro con Puccica (allenatore della Lodigiani, ndr) perché bisogna fargli capire come funzionano le cose».
Zavaglia: «Cioè...».
L: «Non può cambiare sette giocatori a partita».
Z: «È vero, facciamolo st’incontro. Ma da quando in qua gli allenatori contano qualcosa?».
L: «Lo vediamo domani così gli spieghiamo il vero motivo per cui sta allenando la Lodigiani, perché forse non lo ha ancora capito...».
Tanti che non fanno parte della scuderia Gea, chiamano comunque i «procacciatori» per una sistemazione. Odoacre Chierico, ex ala rossa della Roma, il 7 febbraio 2005 telefona a Zavaglia per segnalare un giovane della Magliana e perché ha «visto movimenti nelle panchine». Chiede «se è possibile occuparne una». L’ex allenatore in seconda di Mazzone, Leonardo Menichini, fa presente a Zavaglia che si sono liberate le panchine di Foggia, Novara, Acireale e che lui non ha trovato spazio. Vuole una mano.
Panchine e poltrone negli organigrammi delle società non bastano mai. Ternana, Crotone, Genoa, Rimini, Bari, Treviso, Avellino, Pescara, Reggiana: la colonizzazione di B e C da parte della Gea ha risultati anche sull’esito dei campionati. L’Avellino in C1 grazie all’iniezione di «forze moggiane» in campo, in panchina e in società la spunta persino sul Napoli. Anche in B qualcuno ha bisogno di aiuto. Come l’Arezzo. Ma i carabinieri sospettano che nel caso dei toscani l’intervento del «sistema» non sia solo una questione tecnica.
L’AFFAIRE AREZZO
SALVI GRAZIE A MOGGI
Gli «amaranto», appena tornati in serie B, rischiano di retrocedere. Il loro «caso», ricordano gli inquirenti, «è stato veicolato a Moggi attraverso il sodale Mazzini», numero due della Figc. L’operazione comincia il 13 marzo 2005. L’Arezzo ha giocato e perso (3-1) a Genova contro i rossoblù. Il vice di Carraro telefona a Renzo Castagnini, una lunga esperienza come diesse per molte squadre di serie B, dal Vicenza al Genoa, fino al Piacenza.
Mazzini: «Chiama quel deficiente dell’Arezzo, digli che se si vuol salvare lo aspetto a Reggello... se no non si salva!».
Castagnini: «No, io lo salvo! Sono... sono sicuro!».
La giornata successiva, il 26 marzo, l’Arezzo perde in casa con il Modena. Due giorni dopo Castagnini chiama Mazzini.
C: «Presidente! Sei riuscito a parlarci?».
M.: «Sì. Domani all’una è a pranzo da un mio grande amico... si chiama Luciano Moggi!».
C.: «E lì chi ci si mette, ora?».
M.: «Mah, uno dei mia, io però gli ho detto di metterci te... poi farà lui».
C.: «Allora lo faccio io il diesse?».
M.: «Quando gliel’ho detto, m’ha detto sì, è un bravo ragazzo... per cui domani credo faccian fuori il diesse Vittorio Fioretti e poi ci mettiamo in attesa».
L’indomani Mazzini contatta Moggi.
Innocenzo: «Com’è andato l’incontro con l’Arezzo?».
Luciano: «Gli ho detto che bisogna cambiar tutto, ovviamente lui dice che ora no, non è possibile, lo facciamo alla fine dell’anno. Io gli ho anche prospettato che se Tardelli (allenatore dell’Arezzo, ndr) non fa un altro risultato lo mandano via e si riprende quello che avevano. Che poi Fioretti lo facciamo andar via, e gli ho detto di Castagnini».
Castagnini sembra in pole per entrare nel club toscano. Ma per far «ancora una volta cogliere lo strapotere di Luciano Moggi all’interno del “sistema calcio”», i carabinieri il 4 aprile annotano una curiosa telefonata a Mazzini dell’ex dirigente romanista Baldini. Considerati i suoi rapporti non idilliaci con Moggi, telefona al vice di Carraro per un’originale «sponsorizzazione» a favore di Castagnini, l’unico modo in cui pensa di poter aiutare l’amico: «La cosa che puoi fare - insiste Baldini - è il certificargli a Luciano Moggi che Castagnini con me c’ha litigato fino da piccino, perché sennò se lui c’ha soltanto un dubbio che Castagnini possa essere mio amico, evidentemente gli tagliamo le gambe».
Intanto le cose per il club amaranto prendono la direzione auspicata da Mazzini e Moggi. La squadra finalmente vince due partite di fila. Il 9 aprile passa a Cesena per uno a zero, anche grazie all’espulsione di un avversario dopo 21’ e al gol annullato al romagnolo Ficagna dal direttore di gara Dattilo, che «ha visto - scriveva l’Ansa - un fallo (dubbio) sul portiere». Contro il Bari, una settimana dopo, gli amaranto vanno sotto di una rete all’inizio del secondo tempo, poi l’arbitro Romeo annulla ai pugliesi il gol del raddoppio per un fuorigioco di Dionigi. L’Arezzo pareggia, poi in pieno recupero un suo attaccante va giù in area: l’arbitro concede il rigore ed espelle il difensore avversario, l’Arezzo segna e vince «tra le vivaci proteste dei baresi», ricordano le cronache. Come previsto da Moggi, nonostante le due vittorie la panchina di Tardelli traballa. Quattro giorni dopo la squadra perde 1-0 in trasferta contro l’Albinoleffe, e l’ex juventino finisce silurato dopo appena 50 giorni. Come previsto da Moggi, al suo posto torna Pasquale Marino. I carabinieri riportano poi come prova oggettiva che «l’Arezzo sia ormai passato sotto l’ala protettrice del sistema dominante» proprio «i favoritismi arbitrali di cui la squadra può godere». E citano l’intercettazione di un guardalinee di Arezzo-Salernitana, Titomanlio, a proposito del capo degli assistenti degli arbitri Gennaro Mazzei che gli avrebbe fatto capire di favorire la squadra toscana. Così la sua bandierina - racconta Titomanlio - si sarebbe alzata ad arte quando gli attaccanti campani rischiavano di segnare. «Ho fatto un lavoro pulito...». Alla fine l’Arezzo si salva. E, come previsto da Moggi, «a fine campionato cambia tutto». Il nuovo mister è Andrea Agostinelli, il nuovo Ds Ermanno Pieroni, entrambi targati Gea.
CALLERI BABY SITTER
E I FURTI NEGLI SPOGLIATOI
Tra i «figli d’arte» lui è quello meno noto. Ma dal punto di vista societario Riccardo Calleri, figlio dell’ex presidente di Lazio e Torino, Gianmarco, nella Gea occupa un posto di tutto rilievo. Tra l’altro è anche agente di calciatori. In questa veste si dà da fare, «e per raggiungere il fine prefissato, utilizza il mezzo del ricatto e della violenza psicologica», scrivono i militari dell’Arma. Calleri è specializzato nei vivai, controlla le nuove leve delle squadre romane. E se la passa male nei rapporti con i genitori. Che, beffa delle beffe, lo tempestano di telefonate lamentandosi perché i talentuosi figliuoli calcano poco l’erba. «Giocano solo i calciatori dell’agente Antonelli - lo rimprovera il padre di un piccolo centrocampista biancoceleste - e quindi noi come Gea, voi come Gea, chiaramente, siamo arrivati che non contiamo più niente dentro la Lazio!». Calleri si barcamena, cerca di accontentare tutti, «scarica» le colpe sul mister Mimmo Caso. Non sempre basta, e gli tocca sorbirsi gli strali di una madre furiosa: «Dice che lei è intervenuto, ma mio figlio ha giocato solo cinque minuti, allora è ’na presa in giro, ci vuole qualcosa di più energico!». Tra i problemi che deve affrontare un procuratore alle prese con i settori giovanili, anche le bravate di una testa troppo calda. Tre promesse della primavera giallorossa sono state sorprese negli spogliatoi della prima squadra, dove in precedenza si erano verificati furti. Bruno Conti in conseguenza non li ha convocati per la prossima partita. Calleri da un lato rassicura il suo giovane assistito, garantendogli che «tanto dietro ci siamo sempre noi». Ma dall’altro lo mette in guardia: «Attento con queste cretinate, non sei più un ragazzino e poi passi i guai». Come se i veri furti nel mondo del calcio fosseri quelli negli spogliatoi.