Nella rincorsa ai valori Bossi fa valere 21 anni in difesa della famiglia

Adalberto Signore

da Milano

Etica, morale, valori. La nuova rincorsa della politica è partita ufficialmente con la nomina di Benedetto XVI e il suo discorso sul relativismo etico. Poi la fecondazione assistita (e quindi l’aborto) e infine il dibattito sui matrimoni omossessuali. Insomma, pochi mesi soltanto e la politica ha trovato una nuova unità di misura: i valori. Al punto che dal congresso dell’Udc e dall’assemblea di An è emersa una sostanziale incompatibilità al partito unico proprio in nome dei «valori» e delle «tradizioni» della Lega che restano «troppo lontani» e «non condivise». Al di là del merito (perché pure il Carroccio non ha nessuna intenzione di aderire al partito unico) è però il metro di giudizio che rischia di essere vago e approssimativo, visto che proprio su buona parte di quei valori cari a An e Udc la Lega ha condotto battaglie a volte violentissime.
«Non sono certo che Dio esista, ma potrei scommettere che non si occupa di politica». Così, nell’anno 1992, Umberto Bossi iniziava a dare un volto più definito alla sua Lega. Un partito laico, «perché troppa gente nella storia del mondo ha detto “Dio è con noi” ed è bene che la fede resti fuori dalle scelte della politica», ma rispettoso del cattolicesimo che, spiegava il Senatùr, «è la religione del mio popolo». Parole che in un partito dove l’immagine del leader coincide con il comune sentire di tutto il movimento, non potevano che tracciare un solco. Umberto da Cassano Magnago, paesino del Varesotto, cresce tra le mura di un oratorio, sottoponendosi «di buon grado a certe incombenze come la processione della Madonna Pellegrina». Insomma, Umberto diventa grande seguendo gli insegnamenti dei genitori e di nonna Celesta, ma pure i consigli di Don Emilio, «la Chiesa che ho sempre rispettato, lontana dalle ricchezze terrene e vicina al popolo». È allora, forse, che inizia a prendere corpo quel complesso rapporto tra il Senatùr e la Chiesa, fatto di attacchi e critiche sferzanti ma pure di una sostanziale condivisione di valori. Perché è vero che Bossi ha più volte puntato il dito contro il Concilio Vaticano II (che è «all’origine della crisi della famiglia») senza pensare che, se non ci fossero state quelle assise, probabilmente sarebbe stato esposto al pubblico ludibrio quando nel ’94 sposò in seconde nozze Manuela Marrone. Come non c’è alcun dubbio sul fatto che fu proprio lui a «benedire» il matrimonio celtico, al punto che decine di dirigenti della Lega lo hanno preferito al rito cattolico (tra loro i ministri Roberto Calderoli e Roberto Castelli). Ma va pure detto che sulla famiglia le posizioni del Senatùr sono forse più solide di quelle del miglior cattolico. Prima della malattia, e oggi con ancora più forza, ha sempre parlato della moglie e dei suoi figli come dell’unica ragione di vita. Così come non sono una novità le sue posizioni sulla famiglia tradizionale («l’unica possibile, il più importante dei valori»), i figli («fateli, sono la nostra ricchezza») e le unioni di fatto o tra omosessuali («contronatura»).
Insomma, quella del Carroccio nei confronti della Chiesa e dei valori che rappresenta è una «doppia marcia»: da una parte ultraclericale e dall’altra mangiapreti. Così, seguendo uno spartito che ha sempre caratterizzato le esternazioni del Senatùr, si passa da un attacco sfrontato «alle gerarchie d’oltretevere» a parole di elogio per «una Chiesa che fa coincidere identità e valori». E se anche Bossi dice di giudicare «positivamente il magistero di Giovanni Paolo II», con le sue molte e molte critiche si merita pure una delle più riuscite imitazioni di Corrado Guzzanti («questo è un Papa extracomunitario che ruba lavoro ai Papi italiani», urla Hannibal-Bossi). E non è affatto un caso che anche Calderoli, coordinatore delle segreterie della Lega, oggi che la malattia ha costretto il Capo a un passo indietro, continui a seguire il suo stesso spartito. E passi dal caldeggiare un certamente poco cristiano «colpo di forbici» per gli stupratori alla difesa della legge sulla fecondazione. «Nel segreto dell’urna - il monito del ministro - Dio e l’embrione soppresso vi guardano, i referendari no».
Così, nonostante i tanti eccessi, ventuno anni dopo la nascita della Lega autonomista lombarda e passando per gli strali di Bossi contro i «bingo bongo» («le navi cariche di clandestini vanno prese a cannonate») e «gli affaristi» del Vaticano, la Lega di oggi si ritrova ad essere uno dei partiti più vicini alla Chiesa. Basti dire che solo Udc, Udeur e Carroccio si sono schierati apertamente per l’astensione sul referendum invitando i loro elettori a disertare le urne. Margherita e Forza Italia, solo per fare un esempio, hanno preferito la libertà di coscienza. A certificare la ritrovata armonia ci ha pensato qualche giorno fa Camillo Ruini, presidente della Cei. «Ho ricevuto una sua telefonata - ha raccontato il ministro del Welfare Roberto Maroni - in cui si complimentava per il nostro impegno sul referendum. Mi ha fatto piacere».
L’asse, dunque, appare sempre più saldo. Soprattutto perché sembrano finiti i tempi delle polemiche con «il Papa polacco», considerato troppo morbido su immigrazione e islam, due dei cavalli di battaglia del Carroccio. Bossi, che si definisce un «cattolico tradizionalista», si sente certamente più vicino alle posizioni di Benedetto XVI, considerato Pontefice dell’identità dell’Europa cattolica e nemico del relativismo dei valori. Ed è per questo che Joseph Ratzinger piace così tanto alla Lega e al suo popolo. Proprio lui che - disse il Senatùr nel ’92 - aveva lanciato messaggi «concilianti» al Carroccio. «Ratzinger - raccontò Bossi - fece notare che non esiste, o non dovrebbe esistere, il partito unico dei cattolici. E lui non è uno qualsiasi, è il prefetto della congregazione per la dottrina della fede. Ma dalla Cei poco dopo arrivò un altolà». Chissà che oggi le cose non vadano diversamente.
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