Nella scatola di Meier non c’è posto per l’arte

Mentre, senza vergogna, davanti al mondo e a quanti conoscono e amano Roma per la sua identità storica, si inaugura il cantiere della goffa e insolente Ara Pacis, qualcuno mi chiede se non mi sono pentito della mia lunga e fiera opposizione a questa impresa.
No, non sono affatto pentito; e sarei orgoglioso anche di restare solo, come non sono, su questo punto. E non sarà la mia attenzione per l’Unione a impedirmi di ripetere la mia contrarietà, prima di tutto culturale ma anche politica, non solo a chi ha voluto questa opera insensata ma anche a quanti fanno richiami alla conciliazione, all’impegno comune per la «riqualificazione» della città. Mi riferisco al viceministro ai Beni culturali Martusciello che ha perso un’occasione per tacere, non perché non sia opportuno lodare l’avversario quando fa bene, ma perché non bisogna compiacerlo quando sbaglia. Soltanto per un tempo breve la mia posizione fu quella del governo che, interpretando la giusta contestazione dell’opposizione in Campidoglio, avrebbe ottenuto il doppio risultato di una vittoria politica e dell’affermazione di un principio giusto.
L’Ara Pacis è stato l’esempio più lampante di una incapacità del governo di affermare principii in alternativa a imposizioni di regime, come è stata la chiamata dell’architetto americano Richard Meier. Il centrodestra poteva, in quell’occasione, interpretare i valori alti della difesa della civiltà e della tradizione, anche semplicemente ricordando che il monumento non può essere utilizzato per la gloria di un architetto che progetta una scatola dieci volte più grande dell’opera da proteggere e che il Comune non può espropriare un bene dello Stato che poteva, con grande risparmio di denaro e senza danneggiare la città, essere ricoverato in un museo nazionale.
Tutto questo non è avvenuto perché in realtà il governo e il ministero hanno, senza alcuna resistenza (salvo la mia), interpretato perfettamente e realizzato la volontà dell’amministrazione comunale. La contraddizione, quindi, non è fra Stato e Comune (e non c’è nessuna armonia da risarcire, come auspica Martusciello), ma tra poteri di sinistra e intellettuali di sinistra che, ignorati, hanno perso una battaglia culturale. Infatti mentre il governo di centrodestra acconsentiva infine al progetto (come aveva ovviamente fatto il precedente governo di centrosinistra) tutti gli architetti, non solo italiani, di fede progressista avevano dichiarato, come continuano a dichiarare, la loro assoluta, non meno della mia, contrarietà al progetto di Meier: da Aymonino a Fuksas, da Muratore a Benevolo, da Gregotti a Krier, da Portoghesi a Martinez, da Scoppola a Tamburrino. Un coro di dissensi che continueranno. E l’Ara Pacis verrà tenuta ad esempio di ciò che non si deve fare. Altri, da sinistra a sinistra, dovranno pentirsi!