Nella scuola fatta in casa l’insegnante è la mamma

Quando scegli d’andare a vivere in una strada senza uscita con pendenza media del 10 per cento sulle alture di Recco, dentro un bosco di castagni assediato a tal punto dai cinghiali che i cacciatori arrivano ad abbatterne 13 per volta, dove quando nevica resti isolato e nell’inverno siberiano del 1985 mancò per un mese l’acqua potabile perché le tubature s’erano ghiacciate, l’autarchia diventa una necessità.
La prima cosa che i coniugi Ettore Corazza e Rossella Melodia si sono fatti da soli, improvvisandosi ingegneri, muratori, carpentieri, idraulici, elettricisti, pavimentisti e imbianchini, è stata la casa: 300 metri quadrati suddivisi su tre piani, lavori iniziati nel 1991 e finiti nel 1996, nessun aiuto dall’esterno, solo un geometra per mettere timbri e firma sul progetto, anche quello elaborato in proprio.
La seconda cosa, forse ancora più impegnativa della prima, è stata la scuola del Camoglino, dal nome dell’impervia località in Comune di Avegno. Un istituto privato, privatissimo, omnicomprensivo (materna, elementare, media, superiori, allora la suddivisione era questa), per appena quattro alunni: i loro figli. Direttrice, preside e docente unica dal lunedì al venerdì per italiano, storia, geografia, scienze, lingue straniere, musica, educazione fisica: la mamma. Insegnante di sostegno dal venerdì pomeriggio al sabato per matematica, chimica e fisica: il papà.
I risultati hanno dell’incredibile. Tre figli sono diventati geometri sul tavolo di cucina, ovviamente dando l’esame di Stato da privatisti. Il loro padre, perito chimico, ne ha approfittato per diplomarsi geometra con loro. Il primogenito, in realtà, di diplomi ne ha conseguiti in casa addirittura due: è anche perito agrario. Il terzogenito oltre al diploma di geometra ha preso una laurea breve in teologia a Roma. Il quartogenito, che ha completato davanti al focolare la terza media e poi è stato iscritto al liceo scientifico, attualmente frequenta il primo anno di informatica all’Università di Genova.
La signora Rossella è nata qui in Liguria, a Loano, nel 1948. Suo padre era lo scrittore Giovanni Melodia, condannato a 30 anni dal Tribunale speciale fascista e poi deportato dai nazisti a Dachau, mentre la madre Giorgina Bellak, ebrea, fu internata nel lager di Ravensbrück. È stata maestra d’infanzia per 11 anni negli istituti pubblici a Milano. Poi s’è dedicata completamente, per quasi un trentennio, all’educazione di Davide (nato nel 1972), Daniele (1974), Ithamar (1976) ed Emanuele (1992), i primi due oggi sposati e con una figlia ciascuno. Infine è ritornata alla scuola di Stato, dove dopo cinque anni ha concluso la sua carriera quasi cinquantennale di docente. Una precorritrice, o forse sarebbe più giusto dire una profetessa, poiché l’esperimento del Camoglino - prima scuola familiare aperta in Italia - ha avuto 400 repliche fra Roma, Milano, Palermo, Venezia, Genova, Cuneo, Cagliari, Savona, Catania, Verona, Vicenza, Trieste, Rimini, Pavia, Salsomaggiore Terme, Mottola, Vasto, Castel Maggiore. Adesso è la presidente dell’associazione Crescendo che propugna l’insegnamento domestico.
Il marito Ettore Corazza è nato a Milano nel 1947. Fu assunto alla Montedison come analista dei sistemi informatici. Nel 1969 gli affidarono il primo elaboratore elettronico Univac 1108, così chiamato perché aveva una memoria di 1.108 Kb, l’equivalente in byte d’una foto odierna di media qualità. Lo governava attraverso un calcolatore con una Ram pari alla dimensione dell’articolo che state leggendo: 64 Kb.
Nel 1976 la coppia dovette abbandonare Milano e trasferirsi in Liguria, perché al secondogenito era stata diagnosticata un’asma allergica che si poteva curare solo con l’aria marina. Lui trovò lavoro a Genova, lei s’improvvisò insegnante dei figli. Dal 1980 aderiscono ad Azione biblica, una missione con sede a Ginevra, fondata dallo scozzese Hugh Edward Alexander agli inizi del secolo scorso, che insieme con pentecostali, battisti, metodisti e valdesi rappresenta una delle tante espressioni della Chiesa evangelica. Da 21 anni Ettore Corazza è il pastore di Recco e ogni domenica alle 10.30 tiene il sermone alla piccola comunità protestante, 30 persone compresi i bimbi. Conobbe Azione biblica per caso, cercando un volume nella Casa della Bibbia di Genova.
«Mio padre era ateo e non volle farmi battezzare», racconta Rossella Melodia. «Ma io fin dall’età di 2 anni vedevo Dio nella bellezza del creato e lo cercavo nei prati. A 9 anni mia madre una sera mi fece amministrare il sacramento nella chiesa di San Carlo, a Milano, senza dir nulla a papà. La mattina dopo ricevetti la prima comunione. Però l’esperienza della scuola fatta in casa non è nata da motivazioni religiose. Ci siamo semplicemente attenuti al dettato della Costituzione italiana».
Che stabilisce l’obbligo di mandare i figli a scuola, mi pare.
«Si sbaglia. L’articolo 30 recita: “È dovere e diritto dei genitori mantenere, istruire ed educare i figli, anche se nati fuori del matrimonio. Nei casi di incapacità dei genitori, la legge provvede a che siano assolti i loro compiti”. Secondo la Carta, dunque, la scuola familiare è la norma, mentre la scuola di Stato è l’eccezione».
Ma lei perché ha deciso di far lezione in casa ai suoi figli?
«Vedevo che già a 5 anni il primo imparava per conto suo molte nozioni di matematica, scienze, astronomia. Pensai di organizzargli una primina per vedere come se la sarebbe cavata alle elementari. E da lì non ho più smesso».
Non le hanno fatto visita i carabinieri?
«E perché mai? La legge 297 del 1994 stabilisce che i genitori che intendano provvedere privatamente all’istruzione dei figli devono solo dimostrare di averne la capacità tecnica o economica e darne comunicazione anno per anno alla competente autorità».
E agli esami come se la sono cavata i suoi quattro figli?
«Bene. Allora non è come oggi, che ti fanno portare tre materie. All’esame da privatista del terzo anno di istituto agrario, Davide fu torchiato per 14 giorni di fila, fra scritti e orali. Era talmente preparato che alla fine il capo della commissione gli chiese: “Perché non sei venuto direttamente per la maturità?”. Finita la quinta si presentò da esterno all’esame di Stato presso l’istituto tecnico agrario Angelo Vegni di Cortona ed ebbe il voto più alto che fu dato quell’anno: 54».
Ma lei, maestra d’asilo, che preparazione aveva per formare periti agrari e geometri?
«Sono tornata sui libri a mia volta. Ho dovuto studiare tutto. La preparazione del programma scolastico, 50 pagine, portava via l’intera estate. Dovevo fissare giorno per giorno orari, lezioni, contenuti. Non è facile, con una pluriclasse. Però potevo anche concedermi qualche correzione creativa».
Cioè?
«Per esempio espungere dalle antologie racconti di omicidi e avventure di streghe e gnomi. Prenda Rosso Malpelo, la novella di Giovanni Verga. È così deprimente... La rimpiazzavo con una pagina dei Promessi Sposi».
Quante ore faceva?
«Come a scuola. Se una materia ne richiedeva di più, si andava avanti».
Ai suoi figli non è venuto a mancare il contatto con gli altri ragazzi?
«No, perché hanno sempre frequentato i coetanei del paese. Hanno persino suonato nella banda comunale».
Presumo che li avesse almeno esonerati dall’incubo dei compiti a casa il pomeriggio.
«Il pomeriggio erano liberi. Al massimo li portavo all’acquario di Genova o nei musei. Oppure si dedicavano alle ricerche. Se dovevamo studiare la botanica, uscivamo a vedere gli alberi in giardino, altro che i saltelli raccomandati dalla first lady Michelle Obama nell’ambito della campagna Let’s move per far dimagrire gli americani. I miei figli non sono mai stati obesi, perché non dovevano stare seduti nei banchi per 30 e passa ore la settimana. E oggi sanno fare qualsiasi cosa, anche costruirsi un mobile da soli».
Perbacco.
«Secondo il professor Brian Ray, fondatore del National home education research institute, i fanciulli istruiti in casa risultano almeno due anni avanti nello sviluppo intellettivo, e in alcuni casi addirittura dieci, rispetto ai coetanei che frequentano la scuola tradizionale. Negli Stati Uniti sono quasi 2 milioni i ragazzi educati in famiglia. Il 49 per cento dei loro genitori lo fa perché ritiene che si tratti di una forma di istruzione migliore».
Lo sarà davvero?
«Io non ho mai visto i miei quattro figli litigare. Il professor Gary Knowles, dell’Università del Michigan, ha condotto uno studio su un gruppo di adulti istruiti in casa. Nessuno di loro era disoccupato. Il 94 per cento ha dichiarato che, se potesse tornare indietro, vorrebbe ricevere nuovamente un’educazione domestica».
I suoi figli la pensano allo stesso modo?
«Non mi hanno mai criticata per questa scelta. Però non ho mai pensato che la scuola familiare sia per tutti. Anzi, spesso sono io stessa a sconsigliarla».
Perché?
«Non va bene se entrambi i genitori lavorano, né se i coniugi sono separati e non concordano sulle scelte pedagogiche».
I suoi vicini che cosa dicevano di una famiglia dove nessuno dei ragazzi andava a scuola?
«Non abbiamo mai avuto contrasti. Ma so di un genitore di Alessandria che ha ricevuto la visita dei carabinieri nonostante sia un professore delle medie. La scuola familiare è legale, però basta una denuncia anonima per far partire i controlli».
Se tutti gli italiani seguissero il suo esempio, avremmo tanto per cominciare 180.000 bidelli in meno.
«Non credo che i bidelli mi amino. E neppure i docenti. Ma è anche vero che non esistono molte migliaia di genitori capaci d’insegnare. E comunque io non ho assolutamente nulla contro la pubblica istruzione. La scuola familiare è solo un’opportunità. Le faccio un esempio: a Peio, in Trentino, i genitori si sono consorziati per aprirne una che accoglie 9 alunni dopo che quella statale era stata soppressa per scarsità di iscrizioni».
Ma lei, che è evangelica e dunque propugnatrice del creazionismo, ha parlato ai suoi figli dell’evoluzionismo?
«Certo, lo hanno studiato. E siccome non sono accecati dal dogma, ne hanno colto anche tutti i limiti. Non vi è una sola prova scientifica, dico una, sulle origini della vita. Eppure vedo che i libri di scienze adottati nella scuola pubblica descrivono come se fosse verità di fede l’esperimento compiuto nel 1954 dal biochimico statunitense Stanley Lloyd Miller, il quale tentò di riprodurre in laboratorio il cosiddetto brodo primordiale. Un tentativo completamente fallito, perché egli riuscì a ottenere solo 4 dei 24 amminoacidi che sono indispensabili per tutti gli esseri viventi. Si guardano bene, questi testi, dal riportare l’onesta ammissione di sconfitta che lo stesso Miller affidò alle pagine di Scientific American qualche anno dopo: “Il problema dell’origine della vita si è rivelato ben più complesso di quanto io e molti altri potessimo immaginare”».
Nella scuola pubblica vige l’indottrinamento, a suo avviso?
«Direi di sì. Massimo d’Azeglio, nei suoi ricordi, scrive che tutti siamo d’una stoffa nella quale la prima piega non scompare mai più. E la prima piega che la scuola pubblica dà ai ragazzi è quella della massificazione del pensiero, che deve essere politicamente corretto. Dall’ecologia alla religione, esistono solo idee da condividere, guai ad averne una personale. Sono andata nella libreria delle Paoline di Genova per cercare alcune canzoni natalizie per bambini. La suora mi ha chiesto: “Le vuole con Gesù o senza?”. Ormai è passato il principio secondo cui nella scuola pubblica il Natale deve prescindere dalla nascita di Cristo per non offendere la sensibilità dei genitori che sono atei o islamici».
Le ricordo che la Corte costituzionale ha abolito la religione di Stato fin dal 1989.
«Allora la scuola pubblica si astenga anche dal celebrare Halloween. Invece ho notato che sui vetri dell’asilo nido di Recco per questa ricorrenza pagana avevano disegnato un tripudio di zucche e pipistrelli. Se a scuola si festeggia il carnevale, tanto più dev’esserci spazio per il Natale di Gesù. O tutto, o niente. O dovremmo abolire Cristo per far contenti i musulmani?».
Ecco, restiamo in tema: se le famiglie islamiche seguissero il suo esempio, ogni casa diventerebbe una madrassa dove s’insegnerebbe solo il Corano.
«Lo fanno già. La scuola familiare è stata adottata anche dai musulmani. Ma non va usata per ghettizzare la prole. Così come non l’ho ideata per quegli anarcoidi che tengono i figli a casa per educarli ad abbattere la società. Io volevo solo dare forma al pensiero di George Bernard Shaw: il bambino all’inseguimento del sapere e non il sapere all’inseguimento del bambino».
(570. Continua)
stefano.lorenzetto@ilgiornale.it