Nella sfida Zapatero-Rajoy irrompe la Chiesa

nostro inviato a Madrid

L'espressione «due Spagne» è antica e tragica. Risale a un'acqua torbida di sangue che ognuno giudica irripetibile in questo secolo, in questo Paese pacifico, operoso e moderno. È parsa tuttavia ripresentarsi per due giorni, in un altro modo: fingendo di ignorarsi. Una nel palazzo municipale di Madrid sotto cento luci di tv, nel dibattito fra i due candidati alla guida del Paese per il prossimo quadriennio, José Luis Rodriguez Zapatero, primo ministro uscente e Mariano Rajoy, leader dell'opposizione; dall'altra, nel silenzio, un'altra votazione, quella in seno alla Conferenza episcopale. Naturalmente la discussione è stata riservata, il voto segreto, nessuna motivazione politica esplicita data al risultato. E tuttavia la scelta non poteva non avere una risonanza e una valenza politiche. È stato eletto Antonio Maria Rouco Varela, arcivescovo di Madrid e noto come fautore della «linea dura», al cui appello duecentomila madrileni risposero il dicembre scorso scendendo il piazza. Ha prevalso di stretta misura, pare: 39 voti contro 37 sul presidente uscente, il moderato vescovo di Bilbao Ricardo Blazquez. Subito dopo ha spiegato sorridente che si ispirerà alla dichiarazione del Concilio Vaticano II sulla libertà religiosa «Dignitatis Humanae» e alla Costituzione pastorale sull Chiesa, nel segno di una «collaborazione leale» con le istituzioni. Moderazione e al dialogo, ha risposto subito Zapatero: «Il governo è disposto a lavorare con la nuova equipe della Conferenza episcopale in tutte le aree che lo richiedano per il bene della società, garantendo la libertà religiosa e di coscienza e nel massimo rispetto dell'autonomia e delle funzioni che incombono delle parti».
Ma i più lo intendono soprattutto come un «armistizio», magari pre-elettorale. Ancora pochi giorni fa il premier aveva ammonito i vescovi a «rispettare la sovranità dello Stato e del governo» e si era rivolto addirittura alla nunziatura apostolica per deporvi la propria protesta per le «ingerenze» dell'episcopato e chiedere una sorta di mediazione del Vaticano tra governo e Chiesa di Spagna; e un esponente socialista aveva acclusa la minaccia di «tagliare i fondi» all'Episcopato ieri smentita da Zapatero. Quasi uno scambio di «scomuniche» nel Paese tradizionalmente più cattolico dell'Europa Occidentale, in cui Zapatero ha condotto in questi quattro anni una sorta di «rivoluzione culturale» ispirata a una visione radicalmente laica che ha portato la legislazione spagnola da un estremo all'estremo opposto in Europa, su temi come il matrimonio fra omosessuali, uno statuto del divorzio che lo ha reso il più veloce e il più facile e le leggi sull'istruzione laica
Riportando di fronte, appunto, le «due Spagne». Ebbene di questa battaglia nessuna eco si è colta nel dibattito fra i leader politici. Zapatero e Rajoy si sono affrontati in uno scontro ancora più aspro che nel primo dibattito. Si sono, si potrebbe dire, azzannati, il leader della destra con i suoi modi ed espressioni facciali da mastino, il premier socialista con risposte taglienti e sottolineate da lampi dei suoi famosi «occhi di smeraldo». Si sono sparati a zero sull'economia, sulla politica estera, sugli statuti di economia delle varie regioni, sulle trattative con i terroristi dell'Eta, sull'inflazione, la crescita economica, la globalizzazione, l'immigrazione legale e no. Si sono scambiati senza giri di parole l'accusa di «ingannare» gli elettori. Hanno alternato l'uso un po' sprezzante del cognome con quello sferzante del señor nei momenti di massimo sarcasmo, un linguaggio e anche un atteggiamento fisico, di sguardi, di inflessioni di cui non si trovano riscontri nel costume politico dell'Europa di oggi, anche dove le campagne elettorali sono più accese e le posizioni più polarizzate.
Eppure in tale contesto non è mai stata pronunciata la parola «Chiesa», la parola «divorzio», la parola «aborto», la parola «laicità». Rajoy e Zapatero hanno fatto come se lo scontro Chiesa-Stato non esistesse, come se non ne dipendesse forse l'esito del voto. Riserbo, prudenza, paura? Da parte di Rajoy, forse, il timore di essere accusato di confondere il sacro col profano, in Zapatero la convinzione di potercela fare. Condivisa da molti. I giudizi sull'ultimo dibattito sono quasi concordi: Zapatero ha prevalso, 49 a 40 per cento secondo il quotidiano conservatore «El mundo», con il 53% contro il 38% nella valutazione del «Pais», vicino alla sinistra. Le intenzioni di voto indicano un testa a testa molto più serrato, ma in genere con i socialisti davanti di una corta incollatura. Tutti gli osservatori sono d'accordo che queste elezioni non saranno decise dall'economia. Gli spagnoli non voteranno «col portafoglio» ma per contarsi in specie di Kulturkampf, una battaglia fra culture in cui tutto è ancora da giocare.