Nella Striscia di Gaza è il giorno dei massacri

In serata spari sull’abitazione del premier Haniyeh. Ancora razzi Qassam su Israele, che ricomincia con gli «omicidi mirati»

La Naqba, il «Disastro», era un tempo quello del 15 maggio 1948, data simbolo dell’esodo arabo dai territori del nuovo Stato israeliano. Ora la Naqba, il disastro, è tutto palestinese. Dimenticate le vecchie celebrazioni, gli abitanti di Gaza vivono il terrore di una guerra dalle tinte palestinesi e dalle cifre irachene. Il bilancio della giornata di ieri, le venti vittime degli scontri intestini, i cinque cadaveri inceneriti dai missili israeliani, i circa cento feriti abbandonati negli ospedali ne rappresentano la triste e drammatica icona.
S’inizia con un assalto dei miliziani di Hamas alla residenza di Rashid Abu Shbak, capo della più agguerrita milizia di Fatah e l’esecuzione di sei delle sue guardie del corpo. Si continua con l’imboscata fondamentalista a un blindato della polizia del presidente Mahmoud Abbas in cui, oltre a un agente, cadono uccisi per errore cinque prigionieri di Hamas appena catturati. In questo tragico e sanguinoso marasma, combattimenti e sparatorie si alternano ai lanci di missili contro Israele. E così a chiudere il terrificante bilancio arriva, dopo il ferimento di due israeliani colpiti dai missili Qassam, la rappresaglia dello Stato ebraico. Gli elicotteri con la Stella di David radono al suolo il quartier generale di Hamas nel sud della Striscia, fanno a pezzi cinque suoi militanti.
A Gaza, insomma, si stava meglio quando si stava peggio. Si sopravviveva con meno paura quando nelle strade correvano i carri armati di Tsahal anziché gli incappucciati di Hamas e Fatah. Lo ripete, con disperato rammarico, il gruppetto di temerari radunatisi nel centro di Gaza per tentar di dividere i combattenti. «Prima facevamo gli scudi umani per difendervi dagli occupanti - urla il manipolo di martiri - ora per difendervi da voi stessi». Dieci minuti dopo otto di loro sono a terra, feriti dal fuoco incrociato dell’odio settario. Gli altri tornano a barricarsi nelle cantine, ad attendere con infinita pazienza e poca speranza la fine di cotanta follia. Sperano che tutto si ricomponga come a gennaio. Le voci dai covi del potere parlano, invece, di resa dei conti, sussurrano di un’ala militare di Hamas decisa a cancellare Fatah, pronta a mettere a tacere il premier Ismail Haniyeh (la cui residenza ieri sera è stata colpita da uomini armati, rompendo una tregua durata solo quattro ore) e gli altri «moderati» per trasformare la Striscia in avamposto di duri e puri. I fatti lo confermano. L’assalto alla residenza di Rashid Abu Shbak, successore di Mohammad Dahlan alla testa della Sicurezza Preventiva, è un chiaro segno di forza. La spietata esecuzione delle sue sei guardie segnala una sfida all’ultimo sangue. Colpire Shbak significa disarmare Dahlan, mettere fuorigioco il braccio forte della presidenza, mettere a rischio la sopravvivenza di Fatah a Gaza. L’atto successivo è, non a caso, il bombardamento a colpi di mortaio del palazzo del presidente Mahmoud Abbas. Quella residenza eternamente vuota la dice lunga sulla capacità di Fatah. Il massiccio riarmo degli ultimi mesi, il ritorno di centinaia di militanti addestrati all’estero garantiscono ai fondamentalisti una netta egemonia militare nonostante la superiorità numerica delle milizie presidenziali. Abbas esita, infatti, a dichiarare lo stato d’emergenza. Sa di non aver la forza d’imporlo, spera in un nuovo intervento di sauditi e Stati arabi capace di richiamare all’ordine la Siria, il leader in esilio di Hamas Khaled Meshaal e le fazioni ancora sotto controllo dell’ala armata.
Hamas sembra, però, una galassia impazzita, sospesa tra la deriva militarista e filo-iraniana di alcuni capi delle Brigate Ezzedin Al Qassam, l’inerte leadership politica di Haniyeh e il potere residuale della dirigenza filosiriana. Questa situazione rende cauti anche gli israeliani. Il bombardamento del quartier generale di Hamas a Rafah è la prima rappresaglia diretta dopo tre giorni di continui lanci di missili che sembrano voler innescare un intervento diretto di Tsahal. I generali e il governo di Ehud Olmert promettono di rispondere con il pugno di ferro a nuovi lanci, ma restano in guardia. Temono nuovi rapimenti e temono di moltiplicare l’odio contro Fatah già considerato da tanti abitanti di Gaza la quinta colonna dell’occupante.