Nella tana dei «canguri de Roma» tra fair-play e un po’ di delusione

Italia-Australia vista in compagnia dei tifosi gialloverdi della capitale Che perdono ma con stile

Emiliano Leonardi

Gli «australiani de Roma» hanno atteso la sfida di ieri pomeriggio esattamente come noi. Forse in maniera meno spasmodica, ma non per mancanza d’attaccamento alla maglia. Loro sono affascinati dal cricket, dal nuoto e dal tennis e laggiù, nella terra dei canguri, il calcio è praticato per lo più dai figli degli emigranti. Italiani, in maniera particolare, visto e considerato che la nostra è la comunità più forte. A vederla insieme si sono riuniti in quattrocento, tutti invitati dall’ambasciata presso il ministero degli Esteri, che ha organizzato un pomeriggio nazionalpopolare, se il termine può essere preso in prestito dalle abitudini italiane. Diplomatici, dirigenti, insomma l’Australia che conta nel cuore della città eterna. La partita e un rinfresco a seguire, tutto con la massima semplicità. Anche se, per l’Australia, l’approdo agli ottavi di finale è stato un vero e proprio evento.
È una mentalità diversa, quella degli oceanici, e Mark e Rod (doveroso omaggio da parte del padre nei confronti di uno dei tennisti più forti di tutti i tempi, Laver), sottolineano che indosseranno cappellini e sciarpe solo perché spronati dai tifosi italiani. Chi ha lo spirito patriottico in sé, non lo ostenta solo indossando una maglia. C’è da parte degli «aussie» un legame molto forte con la propria nazione, quasi un rapporto endemico. Trascorrono le ore di un primo pomeriggio lunghissimo, le 17 (ora di inizio del match) sembrano non arrivare mai. I due tifosi, conosciuti nei pressi di un locale di via delle Coppelle, vanno a vedere la partita davanti al maxischermo di piazza San Giovanni. Noi, invece, nel tentativo di saperne di più, e per non fermarci alla solita dietrologia da italiani «pizza e mandolino», riceviamo un invito per assistere alla sfida con i gialloverdi d’Oceania insieme a un paio di nostri... nemici. L’invito è di un’insegnante di lingua, Anna Ricigliano, che prima della partita sottolinea come sia fortemente combattuta. Tifare Italia, paese che la ospita da undici anni, o Australia, dove è nata e ha vissuto 28 anni? «Vinca il migliore!», spiega salomonicamente con un sorriso a 32 denti, e per una volta crediamo realmente a quell’augurio. Noi avremmo aggiunto «...cioè noi, l’Italia!». Siamo sempre i soliti.
Eccoci seduti in poltrona, un po’ di birra e patatine, lo stesso companatico nostro per godersi il football. «Sentiamo» di essere in una casa con chiare radici australiane, da qualche parte abbiamo visto pure un boomerang. Beninteso, di quelli veri, e non i dozzinali obbrobri dei supermarket. Inni nazionali da cantare a squarciagola, loro sono più british, ma si sapeva. «Non gioca Totti», annota subito l’amica di Anna mentre sorride perché l’eco delle capacità tecniche del «Pupone» è arrivato anche agli antipodi. Sembra quasi profetica. La partita è noiosa, molto meglio Portogallo-Olanda della sera precedente. L’espulsione di Materazzi rende la gara più viva, negli occhi dei nuovi amici australiani si legge quasi una sorta di vittoria. Batti e ribatti, Bresciano cerca il gol e tutti pronti a saltare sulla poltrona. Ma il destino di questa partita ha un nome, che risponde a quello di Francesco Totti. E seppur con gli avversari in dieci, l’insegnante di lingue e i suoi friends cominciano a impaurirsi. Il numero 10 quasi terrorizza, prova un paio di giocate delle sue, sembra in forma. Poi, a una manciata di secondi dalla fine, la dea bendata si ricorda del tribuno romano. Cuore in gola, rigore, gol. Noi a esultare, loro ad applaudire. Senza recriminazioni. De Coubertin sarebbe orgoglioso di tifosi come loro. Noi anche.