Nella tragedia di Elu il senso della vita

Mai come in questi giorni la morte è stata così vicina agli italiani, davanti ai nostri occhi, dentro le nostre case, accanto ai nostri anziani e ai nostri bambini (uno di loro ieri ha chiesto a sua mamma: «Chi è quella ragazza lì? Perché sta sempre nella tivù?»). Non la morte spettacolare quanto estranea, asettica, quella dei film; né la morte della cronaca, bianca o nera che sia, imprevisto incidente o frutto della violenza che ognuno troppo facilmente declina da sé; e neppure la morte per malattia, cui la medicina non è stata capace di sottrarre il papà, la sorella o l’amico, temuta ma combattuta fino all’ultimo istante. La morte che ci è diventata più familiare, con il trascorrere delle ore, è quella che incombe drammaticamente sulla vita di Eluana per il mistero della libertà di un uomo, suo padre. Quando la vita e la libertà si affrontano a duello, lì il dramma dell’esistenza esplode. Un dramma (l’unico, serio dramma umano), di cui la morte è il culmine, che spinge la ragione fin sull’orlo vertiginoso della sua categoria suprema: la possibilità che accada qualcosa o che venga qualcuno per strapparci da quell’«abisso orrido, immenso, ov’ei precipitando il tutto obblia» (Leopardi). La morte è inquietante (fino a diventare insopportabile) quando è percepita drammaticamente, non quando è mostrata crudamente, senza veli di pietà. Che si possa desiderare di «voler morire» o di «vedere morire» qualcuno, che si cerchi ogni circostanza e ogni mezzo per attuare questa decisione di morte, ecco che cosa sconvolge noi, per lo più quotidianamente dimentichi del senso delle cose della vita, ma così tenacemente attaccati ad esse, quasi incapaci di staccarcene anche per un solo istante. Eppure di tanto è capace la libertà dell’uomo, essa che è «capax Dei» (Sant’Agostino), possentemente capace di affermare positivamente tutto, anche l’infinitamente grande, non riesce ad accettare che si possa soffrire, che la sofferenza sia entrata nella nostra casa, abiti in uno dei nostri cari, tocchi la nostra carne. Il dolore innocente, l’unico grande scandalo per la ragione dell’uomo e la più ardua sfida per la sua libertà, ci ha potentemente scossi dalla quiete borghese che ci assopisce, sfiorata solo dalle preoccupazioni per la crisi economica o la crescente presenza della criminalità.
Non siamo certi che la pressione della gente di Udine e di tutta Italia, dei mezzi di comunicazione, e delle autorità amministrative e politiche sulla vicenda che vede coinvolta la famiglia Englaro, i suoi legali e la magistratura possa cambiare il corso degli eventi. Spero e prego per questo. Ma, la ostinata decisione di far morire la giovane donna mi appare una «felix culpa» (Sant’Agostino), nella misura in cui ha ridestato dal sonno della coscienza di molti quelle domande sul senso della vita e sulla libertà dell’uomo che sono inestirpabilmente radicate in quel complesso di evidenze ed esigenze elementari che costituisce il nostro cuore.
Non è un caso che ad avere accolto e amorevolmente curato, per quindici anni, la persona di Eluana e a tenere continuamente desta la domanda sulla sua vita siano proprio, per prime, quelle donne che coltivano il senso religioso come il significato ultimo e decisivo della propria vita: le suore Misericordine della clinica Talamoni di Lecco. Il senso religioso della vita, o - più semplicemente e inequivocabilmente - il senso della vita e del bene fondamentale che essa è per tutti (ogni altro senso è subordinato ad esso, perché vi fa, esplicitamente o tacitamente, riferimento) abita in ognuno di noi. La positività ultima della realtà, che si manifesta più incisivamente nel carattere promettente della vita, chi può negarla? Chi può dubitare che di questo senso recondito ma decisivo per l’esistenza siano privi coloro che vogliono insistentemente la morte di Eluana? Dove sta, allora, l’origine della differenza? La risposta può essere trovata nella storia delle persone e del popolo e si chiama educazione. Educazione, ossia l’introduzione al senso della realtà tutta, apertura all’orizzonte della ragione e della libertà che è più grande di quanto noi riusciamo ad abbracciare con l’intelligenza e la volontà, eppure da esso ci sentiamo abbracciati. Di questa educazione la Chiesa è stata protagonista e continua ad esserlo, rendendo, in questo, un servizio ad ogni uomo, credente oppure no. Ed il frutto più maturo dell’educazione al senso della vita è la capacità di affermarla ed amarla sempre come un bene, per ciascuno e per tutti, in qualunque circostanza.
Nel romanzo «Il senso della morte», ambientato agli inizi del primo conflitto mondiale in un ospedale di Parigi specializzato in neurochirurgia, che curava i corpi devastati dei feriti inviati dalle prime linee del fronte, lo scrittore francese Paul Bourget scolpisce personaggi che del dramma della lotta tra la libertà e la vita hanno sofferto fino ad intravedere un punto di fuga: «Con che dolore - dice uno di essi - le povere anime tormentate del nostro tempo avranno cercato una verità, ch’era così semplice e vicina, anzi sotto mano! Ma il dolore della ricerca non è forse una preghiera? Quando sentiamo che Dio ci manca, Egli ci sta appresso». E se fosse davvero così, anche per papà Beppino?
*Docente Università Cattolica
Membro del Comitato
Nazionale di Bioetica
Membro della Pontificia
Accademia per la Vita