Nella trincea dei ragazzi irriducibili

Intere famiglie guardano dai tetti delle case i coloni costretti ad andarsene

da Neve Dekalim

L’ultima trincea è questa collinetta di sabbia e prato inglese. Sopra, la sinagoga di cemento bianco come un deforme menhir. In alto, tra stelle e fumo, un batuffolo bianco di luna. Sotto, gli ultimi bagliori. Caliggine appiccicaticcia di cassonetti bruciati, clamore di voci, preghiere e canti, ordini gutturali, brusio di radio. Loro sono pronti. Fila di uniformi verdi tirata tutt’intorno a serrare ingressi, bloccare scale, chiudere vie di fuga. Loro sono già dentro. La nuova Masada, azzarda qualcuno. Un soldato ride di gusto. «Non vi uccideremo, guarda ho solo queste». Alza le mani nude. Lei gli fa gli occhi dolci, si accarezza le trecce bionde. Ha una T-shirt arancione con scritto «Fragile». «Se mi prendi portami via con dolcezza, sii carino», corre dentro con una risata, si attacca alla fila silenziosa di zaini e treccine in processione sulla scala.
Sono vitelli al macello, in attesa dell’ultima carica. Qualcuno rimane giù davanti ai soldati, lo scialle della preghiera abbassato sui colori arancio, nella recita antica.
Sopra tutti e sotto la luna vigila lei, accoccolata sul tetto con la maglietta arancione e la bandiera bianca e azzurra in pugno. Quindici anni, non uno di più. Come gli altri, come gli ottocento adolescenti in attesa dell’ultima carica. Quella che chiuderà Neve Dekalim e li spazzerà via. Forse accadrà ora. Forse questa notte, quando staranno dormendo. Qui intorno è un mare di borse e zaini appoggiati alle pareti, allineati lungo le mura del terrazzone. Le ragazze tutte a sinistra. I maschi tutti a destra. La rivolta degli infiltrati di Neve Dekalim si fa così, pregando e dormendo separati, militando assieme nel momento del bisogno. Li hanno chiamati pericolosi estremisti. Per la sezione ebraica dello Shin Bet, i servizi di sicurezza interna, almeno duecento sono potenziali criminali, teppistelli scesi dagli insediamenti della Cisgiordania per trasformare il confronto con poliziotti e soldati in disordini violenti.
A guardarla da vicino sembra una colonia estiva. Giovanetti di parrocchia in crisi mistica. Per Meir Siegel Baur, 23 anni, arrivato qui da Gerusalemme, quelle son tutte balle. «Le inventate voi giornalisti... Siamo solo credenti, giovani delle scuole religiose. Vogliamo impedire al governo di arrendersi e regalare le terre dateci da Dio. Vogliamo fermare un sacrilegio, vogliamo difendere la sicurezza della nostra terra. Quando ci avranno buttato fuori di qui i terroristi saranno pronti ad attaccarci fino a Gerusalemme».
Il suo amico Eli si indigna: «Guardati intorno, guarda lei, guarda me, ti sembriamo terroristi?». E ammette la verità banale: «Siamo stati mandati qui dai nostri genitori. Loro devono lavorare, noi siamo in vacanza. Possiamo dedicare tempo alla causa».
Lui ha 18 anni la barba e le treccine dei religiosi, un paio di austeri calzoni neri e la lunga camicia bianca. Lei è un’adolescente disperata, con il volto rigato dalle lacrime e il cellulare attaccato alle orecchie. Il suo miglior amico è finito nelle mani dei militari. L’hanno preso qui sotto tre ore fa. C’era una casa circondata, una casa da evacuare. Loro, come mosche arancioni, erano là sotto. Catena di occhi spiritati davanti al silenzio di poliziotti in nero. Due mollano il gruppo, scivolano tra le jeep parcheggiate. Due sbuffi d’aria impazzita, due pneumatici esplosi, due ragazzacci di corsa, a rotta di collo verso la sinagoga. I militari muovono la jeep, loro la bersagliano di vernice bianca. I poliziotti impazziscono di rabbia, scattano come bestie feroci, ne placcano uno sul prato inglese. Dal tetto e dal terrazzone è un solo brusio. Corrono giù, agguantano il prigioniero, lo strappano alla polizia tra pugni e calci.
Arrivano gli adulti, hanno 25, 30 anni, volti severi. Uno sguardo e i ragazzini tornano all’ovile. Ora sono tutti là dentro. Sono i primi da sgombrare. Sono l’ultima pratica da sbrigare. Li faranno salire sui pullman, li porteranno all’ingresso delle colonie e li spediranno a casa con un calcio nel sedere. Giusto in tempo per cominciare la scuola.