Nella vittoria di Pirro della sinistra la Cdl guadagna 2 milioni di voti

Grazie alla nuova legge e agli italiani all’estero, l’Unione trasforma lo 0,06% in più alla Camera in 67 seggi e vince al Senato pur avendo meno consensi

Alessandro Corneli

La Casa delle libertà esce in piedi dal voto, ed anzi più forte rispetto al 2001, di sicuro più consapevole della propria identità dopo l’esperienza di governo di questi cinque anni. Sul piano aritmetico-parlamentare, ha vinto l’Unione; sul piano politico, ha vinto Silvio Berlusconi. Grazie alla nuova legge elettorale proporzionale con premio di maggioranza, l’Unione ha trasformato, alla Camera, un vantaggio di 25.000 voti (comunque da verificare), pari allo 0,06%, in una maggioranza di 348 seggi contro 281, mentre al Senato, grazie alla circoscrizione Estero, ha trasformato una sconfitta per 155 seggi a 154 in una vittoria per 158 seggi contro 156, pur avendo ottenuto 428 mila voti in meno della Casa delle libertà.
Ma il dato politico è diverso ed emerge dal numero assoluto di voti. Al Senato, la Casa delle libertà ha ottenuto 2 milioni e 772 mila voti in più rispetto alle elezioni del 2001. Alla Camera, ha ottenuto 2 milioni e 83 mila voti in più, sempre rispetto al 2001. Questo significa che l’area di consenso della Casa delle libertà, dopo cinque anni di governo, si è allargata, e ciò ben oltre l’aumento di poco più di un milione di voti validi. E significa che le politiche attuate dal centrodestra hanno raggiunto e convinto strati sempre più larghi della popolazione. Anche la ripresa economica è in atto, come ha confermato sabato scorso, quindi prima del voto, anche il governatore della Banca d’Italia, Mario Draghi.
Poiché tutti i partiti di centrodestra sono avanzati, sfatando il luogo comune diffuso dalle casse di risonanza dell’Unione secondo cui Berlusconi voleva cannibalizzare gli alleati, è il governo che essi hanno espresso ad avere avuto, anziché un abbandono da parte degli elettori, una conferma di appoggio a quella che ormai si può definire una politica di destra che sta mettendo radici. La cui forza già impone al centrosinistra una linea estremamente prudente perché la strettissima maggioranza che ha in Senato le vieta, con il pericolo di nuove elezioni a breve scadenza, di attuare i suoi disegni più avventurosi: dalle tasse alla riforma della legge Biagi o della legge Moratti, peraltro già difese da Luca Cordero di Montezemolo.
Forza Italia si è confermata di gran lunga il partito più forte con un quasi identico 24% dei voti alla Camera e al Senato, dimostrando di aver saputo attirare anche molti giovani tra i 18 e i 25 anni che votavano solo per la Camera, tutt’altro che vittime della sindrome da precariato. Alleanza nazionale, Udc e Lega hanno migliorato, chi più e chi meno, in voti e percentuali, dimostrando la validità delle tre o quattro punte.
Sul fronte di quello che ormai si deve chiamare sinistra-centro, l’Ulivo (Ds, Margherita e Repubblicani europei) è fermo al 31% di due anni fa e, al suo interno, i Ds, alla Camera, hanno guadagnato appena lo 0,9% rispetto al 2001, attestandosi al 17,5%. Forte è la sinistra: Rifondazione, Comunisti italiani, Verdi, Di Pietro viaggiano intorno al 15%, cui si deve aggiungere l’ala sinistra dei Ds. Si tratta di un blocco estremista del 20% che rappresenta la vera sconfitta del trio Prodi-Fassino-Rutelli.
Osservando la distribuzione dei voti nelle diverse regioni e circoscrizioni, se fosse stata mantenuta la precedente legge elettorale la Cdl avrebbe vinto con largo margine, l’opposto di quanto sostenuto dalla sinistra, massima beneficiaria della nuova legge. La perdita della maggioranza parlamentare, a favore di una coalizione molto più debole e divisa di quanto fosse nel 1996, deve essere considerata dal centrodestra una pausa, probabilmente breve, prima di riprendere la guida del Paese. Perché l’Italia, come mai prima, si è spostata a destra.
Paradossale, ma vero. Al Senato, rispetto al 2001, ha guadagnato ed è diventata maggioritaria in Piemonte, Lombardia, Veneto, Friuli Venezia Giulia, Lazio, Puglia; ha conservato la maggioranza in Sicilia; ha migliorato nelle “regioni rosse”; ha fatto un balzo di 6,7 punti in Campania e di 5,3 in Basilicata. Quanto alla Camera, ha conservato e migliorato le percentuali nelle circoscrizioni di Piemonte 1 e 2, Lombardia 2, Veneto 1, Friuli Venezia Giulia, Trentino Alto Adige, Lazio 2; ha conservato la maggioranza in Lombardia 1 e 3, Veneto 2, Campania 2, Puglia e Sicilia 1 e 2. Non sono questi i dati di una sconfitta o di una disfatta come annunziavano fino a pochi giorni fa - le dichiarazioni sono agli atti - i leader della sinistra (e molti sondaggisti). Dov’è finito quel 23-24% di voti accreditato ai Ds? Le uniche previsioni rispettate a sinistra sono state quelle relative a Rifondazione, ma questo è un problema di Prodi.
Con una considerazione finale non meno paradossale: con l’esigua maggioranza che ha al Senato, e quindi con la prospettiva di un ritorno alle urne in tempi brevi, Prodi difficilmente potrà mettere mano alla realizzazione di quel programma fiscale che, negli ultimi tempi, ha anche fortemente ridimensionato. E di questo gli italiani dovranno ringraziare il centrodestra. Mai come questa volta si può parlare di «vittoria di Pirro».