«Dopo via Di Nella vogliamo la verità»

Daniele Petraroli

Sono passati ventidue anni da quel maledetto 2 febbraio. Era il 1983, gli anni di piombo sembravano definitivamente alle spalle, la violenza politica anche. Eppure quella notte un’altra vile aggressione spezzava una giovane vita. Paolo Di Nella, militante del Fronte della Gioventù non ancora ventenne, sarebbe morto all’Umberto I il 9 febbraio senza riprendere conoscenza. Ma quella sera in piazza Gondar, quartiere Africano, Paolo non era solo. C’era Daniela con lui. E oggi Daniela Bertani ha deciso di raccontare, per la prima volta a un quotidiano, cosa accadde in quei giorni.
Veltroni ha deciso di rompere un tabù dedicando a Paolo una strada. «Mai più odio», ha detto il sindaco. È un riconoscimento importante, ancor di più se si pensa che all’epoca militava nel Pci in quello stesso II Municipio.
«È un atto encomiabile perché proviene appunto da un sindaco di sinistra. Ma va dato merito anche al presidente del II Municipio, Antonio Saccone, che si è speso affinché durante l’inaugurazione della villa fosse ricordato Paolo, e ancor prima ai suoi amici che hanno portato avanti questa battaglia».
Anche il luogo dove sorgerà via Di Nella è simbolico. Proprio dentro Villa Chigi. La sera in cui fu aggredito stavate affiggendo dei manifesti per la sua riqualificazione, cosa poi avvenuta anche grazie ad An.
«Paolo amava molto il suo quartiere. Villa Chigi poi era il suo pallino. Avrebbe voluto farne un centro sociale e culturale da destinare agli abitanti della zona».
Come andarono le cose quella notte?
«Il 3 febbraio era prevista una raccolta firme per chiedere l’esproprio della Villa e quella sera volevamo pubblicizzare l’iniziativa. All’una meno un quarto avevamo quasi finito, restava solo piazza Gondar. Poiché la macchina aveva problemi alla batteria io sono rimasta dentro con il motore acceso mentre lui è sceso ad affiggere i manifesti. Mentre attraversava la strada per incollarli su un cartellone pubblicitario ho notato due ragazzi che stavano apparentemente aspettando l’autobus. Appena Paolo si è girato per stendere la colla hanno preso la rincorsa e lo hanno colpito con forza alla testa. Ho provato a suonare il clacson ma Paolo non ha avuto nemmeno il tempo di girarsi».
Perché non siete andati in ospedale?
«Ho tentato di convincerlo in tutti i modi ma non ha voluto. Per non spaventare gli altri militanti mi ha addirittura fatto giurare di non dirlo a nessuno. La situazione all’inizio non sembrava così grave e dopo aver riportato i manifesti in sezione l’ho riaccompagnato a casa».
Poi è iniziata l’agonia. Quella notte è finito in coma ed è stato ricoverato.
«Abbiamo vissuto lì una settimana attendendo il susseguirsi di bollettini medici auspicando il miracolo, ma le speranze erano nulle. Secondo i medici, dato il colpo subìto, se si fosse ripreso sarebbe rimasto paralizzato o in stato vegetativo».
Però quella settimana si capì che gli anni di piombo erano definitivamente finiti. Il presidente Pertini andò persino a trovare Paolo in ospedale mentre Berlinguer scrisse alla famiglia parlando di «aggressione disumana».
«È vero. Anche il presidente della Provincia e l’allora sindaco Vetere si recarono in ospedale. Da quel momento “uccidere un fascista” cominciò a essere reato. Però bisogna ricordare che il clima di violenza che portò a quell’aggressione, come tante altre prima, era stato creato dalle stesse persone che pochi anni prima si ergevano a paladini dell’antifascismo militante. Certo la visita di Pertini diede una smossa alle indagini».
Dopo ventidue anni gli assassini non sono stati trovati. E si parlò anche di un tuo errore nei riconoscimenti.
«Non è esatto. Io riconobbi Corrado Quarra, un militante del Collettivo autonomo come la persona che colpì materialmente Paolo. Più tardi scattò una vera e propria trappola. Mi chiesero di riconoscere in un nuovo confronto il secondo aggressore. Solo dopo mi dissero che in realtà volevano riconoscessi un’alternativa a Quarra. In questo modo fu scarcerato. Oggi mi auguro che la coscienza di uno tra quelli che sanno la verità parli. Solo così potrà essere superata l’omertà che finora ha protetto gli assassini».
Ma chi era veramente Paolo Di Nella?
«Era una persona incredibile. Aveva una cultura vastissima ed era sempre in prima fila specialmente nelle battaglie sociali. Lo conobbi nel 1979 proprio davanti al luogo dove era stato assassinato un altro nostro militante, Francesco Cecchin».