Nell'anno del centenario lo scudetto più sofferto

Una vittoria conquistata in extremis, dopo aver visto via via più
vicino, fino a sentirne l'odore, una delusione che sarebbe stata più
epocale che storica, qualcosa che avrebbe fatto sbiadire perfino il
ricordo di quel fatidico 5 maggio

Milano - Una vittoria conquistata in extremis, dopo aver visto via via più vicino, fino a sentirne l'odore, una delusione che sarebbe stata più epocale che storica, qualcosa che avrebbe fatto sbiadire perfino il ricordo di quel fatidico 5 maggio. E perciò, alla fine, è un trionfo che ha un sapore meraviglioso, quello di un'impresa che, per come si è concretizzata, sarebbe piaciuta tanto allo spirito inquieto di un tifoso eccellente col gusto dell'ironia come l'avvocato Prisco. Uno che ancora oggi rappresenta l'interista per antonomasia, uno che sapeva sorridere delle proprie disgrazie calcistiche e con la stessa forza gioire dei successi, non importa come conquistati. Ma la soddisfazione più grande è lasciare con un palmo di naso mezza Italia calcistica, dai rivali diretti giallorossi, ai 'nemici' juventini e milanisti, dopo averli tutti illusi che il dominio sbandierato a lungo dall'Inter avrebbe potuto essere rovesciato da un finale thriller?

Ha vinto l'Inter col batticuore. E hanno perso quelli che speravano di cambiare la storia del campionato mixando favole, leggende e circostanze reali e evocando il fantasma di un gatto nero 'stirato' sulla strada di Appiano, i cedimenti di nervi e di muscoli di guerrieri 'stanchi' come Materazzi e Cambiasso, i veri o presunti differenti punti di vista sul futuro prossimo tra Mancini e Moratti. In ogni caso i nerazzurri ce l'hanno fatta e quello conquistato oggi è il sedicesimo titolo nazionale, il terzo scudetto consecutivo per l'Inter di Mancini. Ma è sicuramente il più prezioso dell'era moderna, se non proprio - a dirla con i tifosi avversari - l'"unico" del tris.

Insomma, questo è quello 'vero', che arriva nell'anno del Centenario della società nerazzurra dopo quello 'di carta', ereditato a tavolino dal caos di Calciopoli nell'estate 2006, e quello stravinto con tanti incredibili record la scorsa stagione, ma sminuito dalla Juventus in B e dalle penalizzazioni di altre concorrenti. Sarà, quindi, proprio la sofferenza di quest'ultima parte di stagione, dopo un inizio nel quale sembrava che l'Inter potesse ripetere la cavalcata senza ostacoli dell'anno scorso, a raddoppiare la gioia dei tifosi.

Onore delle armi alla entusiasmante e sfortunata rincorsa della Spalletti band giallorossa e al gran ritorno della Juve, senza la quale il calcio italiano non è più lo stesso. E poi il Milan che arranca lontano, ma che ha battuto il suo colpo proprio nel derby impedendo che l'Inter vincesse ancora con distacco e riaprendo tutti i giochi a tre giornate dal termine.

Alla fine, anche le tante emozioni certificano comunque che l'Inter è la squadra che ha meritato di più. E può cominciare la festa. Un tripudio che quest'anno non avrà - né a Milano né altrove in Italia - il contraltare polemico del 'noi di piu'' messo in scena con una qualche perfidia l'anno scorso dai cugini rossoneri. Non c'é tifoso interista che abbia dimenticato quel cartello comparso sul pullman che portava in trionfo il Milan campione d'Europa al ritorno da Atene per le vie del centro di Milano. Al di là della volgarità su dove mettere lo scudetto numero 15, quella istantanea insinuava pur sempre una quota di dubbio non risolto che amareggiava da Massimo Moratti all'ultimo degli ultrà: 'Milano siamo noi, oppure loro, forse costretti dall'handicap a snobbare lo scudetto, ma campioni d'Europa?'.

Stavolta nessun dubbio: dopo la grande paura, i nerazzurri sanno che quest'anno Milano sono loro. E i tifosi italiani - tutti - sanno che il campionato, quello 'vero', è tornato dopo i guasti di Calciopoli. Se l'anno scorso l'Inter ha festeggiato la matematica certezza del titolo dopo la 33/a, con cinque giornate ancora da giocare e 84 punti (+16 sulla Roma che alla fine saranno addirittura 22), quest'anno lo ha conquistato solo al fischio finale dell'ultima giornata. Una parte della grande differenza l'hanno fatta proprio quelle squadre che non c'erano nella passata stagione: l'Inter ha lasciato quattro punti alla Juve, tre al Napoli, uno al Genoa.

E tutta la differenza con la Roma si fissa nell'istantanea di un gol, quello di Zanetti, che diventa il simbolo di questo scudetto: San Siro, 27 febbraio 2008, la Roma ha segnato con Totti nel primo tempo ma, con i giallorossi in dieci per l'espulsione di Mexes, il capitano, al 43' della ripresa, trova il pari con un gran destro dal limite dell'area. Più vero così, e anche più bello.