Nelle Borse mondiali è già svanito l’effetto Bernanke

È già svanita l’euforia con cui lunedì le Borse avevano accolto l’apprezzamento rivolto dal numero uno della Fed, Ben Bernanke, al nuovo piano di sgravi fiscali proposto dai democratici. I mercati sono tornati ieri a parlare il linguaggio del ribasso, più in sintonia con l’incubo recessione, con trimestrali scricchiolanti e con un malessere così profondo da allargarsi negli Stati Uniti, come peraltro si temeva, anche al settore delle carte di credito.
Eppure, sui tempi della ripresa, l’Europa sembra restare dietro gli Usa. Ne paga le conseguenze l’euro, sceso sotto quota 1,31 dollari. Un movimento legato anche alle attese di un nuovo taglio dei tassi da parte della Bce, dopo quello di mezzo punto concertato con le principali banche centrali lo scorso 7 ottobre. Aspettative non sufficienti comunque a scaldare gli investitori malgrado la punta del petrolio sotto i 70 dollari. L’unico spunto al rialzo è stato quello di Parigi (+0,78%), confortata dalla disponibilità espressa dallo Stato a investire 10,5 miliardi nel capitale delle sei grandi banche francesi, tra cui Crédit Agricole, Bnp Paribas e Société Générale.
E con la crisi che morde, azzerando consumi e posti di lavoro, continuano a far scandalo i super bonus elargiti ai top manager. Ancor di più se il ricco ingaggio è quello riservato a manager e broker di Ubs, l’istituto svizzero aiutato la scorsa settimana dalla Confederazione con decine di miliardi. Quattrini che potrebbero essere utilizzati anche per finanziare i premi ai dirigenti. Nonostante le grida di biasimo di governo, Parlamento, stampa e imprese, la Borsa di Zurigo si è mantenuta appena sotto la linea di galleggiamento (-0,5%).
Più evidenti le flessioni degli altri listini: a Milano il Mibtel ha perso lo 0,94% e l’S&P/Mib l’1,39%; a Londra il Ftse100 ha ceduto l’1,24%, a Francoforte il Dax l’1,05% e a Madrid l’Ibex35 l’1,5%. A determinare i ribassi è stato in parte l’andamento incerto di Wall Street dopo il rally di lunedì grazie al quale il Dow Jones aveva guadagnato 413 punti. Ieri l’indice dei titoli industriali è invece arretrato del 2,50% e il Nasdaq del 4,14%. Gli investitori hanno accolto con preoccupazione la notizia secondo la quale il finanziere Kirk Kerkorian ha tagliato la propria quota nella Ford a poco più del 6% senza escludere un’uscita completa dalla casa automobilistica. Negli Usa è un momento drammatico per le quattroruote: ogni giorno falliscono due concessionarie. Gli investitori restano dunque in allarme, in attesa della pubblicazione della trimestrale di un colosso come Apple, un test importante per valutare lo stato di salute del settore informatico. In quello del credito, si è invece aperto un nuovo fronte: Bank of America, la prima banca commerciale americana, per la prima volta dal 2006 ha registrato una perdita di 373 milioni di dollari nella propria divisione delle carte di credito, a causa delle numerose insolvenze dovute alla crisi finanziaria.
La Federal Reserve ha intanto avviato un nuovo programma per l’acquisto di debito a breve termine, ovvero i cosiddetti «commercial paper», dai fondi che investono in strumenti finanziari fondamentali per il finanziamento delle operazioni ordinarie delle società. Obiettivo, il solito: far ripartire il motore dei prestiti tra le banche.