Nelle campagne di Melfi cresce l’orgoglio Fiat

«Abbiamo sempre dato molto e ricevuto in cambio poco. Qui l’azienda risparmia»

Pierluigi Bonora

nostro inviato a Melfi (Potenza)

Ci sono due Melfi: l’antica cittadina lucana di 16mila abitanti ai piedi del monte Vulture, e «Punto-City», la zona industriale di San Nicola dominata dallo stabilimento della Fiat, dove ogni giorno si recano al lavoro oltre 9mila persone. L’insediamento della Sata, Società automobilistica di tecnologie avanzate, ha stravolto la fisionomia del territorio e le abitudini degli abitanti. Quella che una volta era nota come «valle dell’oro rosso», per le coltivazioni di pomodori richiestissimi da multinazionali come Cirio e Star, dai primi anni ’90 si è trasformata in «valle dell’automobile». Qui è nata e si perpetua la Punto, il modello più coccolato della Fiat e al successo del quale il Lingotto ha affidato il proprio destino.
Melfi, però, in tutti questi anni non è riuscita a diventare la piccola Detroit d’Italia. La cittadina che aspira alla promozione a capoluogo di provincia, più che per la Punto, continua a essere famosa per le sue sagre che, come capita per l’annuale appuntamento con la festa della Valora (la castagna locale), attira migliaia di turisti. Melfi, insomma, 16mila abitanti aveva quando la Fiat l’ha preferita a un’alternativa spagnola, e 16mila abitanti ha tuttora, nonostante la maggior parte dei dipendenti della Sata risieda fuori zona. «È vero - osserva il sindaco Ernesto Alfonso Navazio - in tutti questi anni la città non è cresciuta. Alla Sata il pendolarismo è molto forte. C’è chi affronta ore e ore di pullman pur di non abbandonare il paesello o la vigna di famiglia».
Tra i 9mila che frequentano tutti i giorni «Punto-City» (aziende dell’indotto comprese), i pendolari sono oltre 2mila e un quarto di essi alle 8 ore in fabbrica ne aggiunge 6 di pullman, tra andata e ritorno. Una vita d’inferno pur di non sradicarsi. «C’è gente che arriva dal Materano e anche dalla Calabria - spiega Antonio Zenga, da quattro mesi responsabile della Fim per la Basilicata - : persone che per timbrare il cartellino alle 6, si alzano all’1 e 45, salgono sul pullman alle 2 e 15 e arrivano in fabbrica alle 5 e 30. Si fanno le 8 ore e poi ripartono. La stessa vita da anni, ma una scelta di vita consapevole: pur di non lasciare casa».
Il forte pendolarismo è solo una delle tante situazioni in cui ci s’imbatte trascorrendo una giornata in mezzo alle tute amaranto di Melfi, le stesse che in questi giorni hanno ingaggiato con la Fiat l’ennesimo braccio di ferro. Ragione del contendere è il turno della domenica, quello che inizia alle 22, che gli operai non vogliono più fare.
L’azienda chiede invece un ultimo sacrificio: in fabbrica anche di domenica fino ad aprile per assicurare al mercato, nei primi mesi di vendita, i giusti volumi della Grande Punto. «Si è sempre lavorato alla domenica - ricorda Zenga - e solo da alcuni mesi, dopo un accordo con la Fiat, si era deciso di sospendere temporaneamente il turno. Ma ora gli operai, soprattutto quelli che arrivano da lontano, hanno riscoperto il piacere di trascorrere in famiglia il giorno festivo e non vogliono più precipitare nel passato». Il braccio di ferro continua anche se gli operai sono consapevoli che ingaggiare con la Fiat una nuova guerra, bloccando la produzione (lo stop di un turno equivale a 450 nuove Punto in meno), significherebbe vanificare gli sforzi del gruppo in una fase decisiva. Le ripercussioni dirette, poi, le subirebbero gli stessi lavoratori. «Marchionne è stato chiaro - ricorda il sindacalista della Fim - fino al 2006 l’azienda si muoverà politicamente, mentre dal 2007 le decisioni rispetteranno solo criteri industriali. Tutti gli stabilimenti del gruppo entreranno in concorrenza e a ottenere la produzione dei nuovi modelli saranno gli impianti più convenienti». Come dire: attenzione a prendere decisioni avventate perché ad andarci di mezzo potrebbe essere il futuro della stessa Melfi.
Angelo, Pasquale, Domenico, Massimo e Vincenzo sono alcune delle tute amaranto che accettano di parlare della loro esperienza a «Punto-City» e di come stanno vivendo la responsabilità di produrre la Grande Punto, l’auto che per il gruppo Fiat segna il vero ritorno sul mercato. «È stata una scelta intelligente anticipare il lancio della macchina - dicono gli operai - anche se, rispetto agli altri impianti, Melfi ha sempre dato molto e ricevuto in cambio poco. Solo dal 2006 beneficeremo del trattamento salariale riservato ai colleghi delle altre fabbriche. Eppure, da noi, la Fiat risparmia: la stessa auto che produciamo qui, a Termini Imerese, in Sicilia, costa 500 euro in più e 300 in più se realizzata a Torino. La Fiat, poi, deve sapere che le operazioni di marketing più importanti le fanno gli operai. È a noi, che la vediamo nascere sulla linea di montaggio, che le gente chiede un parere autentico sulla Punto. Cosa ne pensiamo? Che con questo modello la Fiat ha colpito nel segno. Il nostro augurio, molto interessato, è che il gruppo raggiunga gli obiettivi».
E se Marchionne venisse qui, davanti ai cancelli, a chiacchierare con voi? «Gli diremmo che la Fiat deve investire di più nelle risorse umane, perché il dipendente è il primo spot che il pubblico ascolta. Gli diremmo anche che, qui a Melfi, siamo molto gelosi della Punto che consideriamo “nostra”, come siamo gelosi anche della Ypsilon che la Fiat ha traslocato ingiustamente in Sicilia. Melfi, rispetto agli altri, vanta un importante vantaggio di competitività. Viviamo con 1.100 euro al mese e in tante famiglie entra un solo stipendio. Per venire in fabbrica ci organizziamo con i pullman o, a turni settimanali, con le nostre auto. Un po’ più di soldi in busta non guasterebbero».
Ma c’è anche l’altra faccia. Melfi, tra i suoi primati, ha un elevato indice di assenteismo. A causa della lontananza dei luoghi di residenza, della concorrenza dell’orto di famiglia, e per alcune situazioni sorprendenti, come l’alta percentuale di gravidanze a rischio, i permessi di tre giorni al trimestre per 700 dirigenti sindacali. Ai recenti referendum sulla procreazione assistita, più della metà dei dipendenti hanno svolto ruolo di scrutatori: 2mila persone che hanno riempito i seggi ma svuotato la fabbrica.