«Nelle parole di Draghi il segno della svolta: sarà sempre neutrale»

L’economista Quadrio Curzio gradisce stile e contenuti del Governatore: «Analisi corretta, ma nei distretti ci sono imprese vitali che competono con la Cina»

Rodolfo Parietti

da Milano

Il Draghi-style, asciutto ed essenziale, per nulla ampolloso e molto british, ha conquistato anche un economista di lungo corso come Alberto Quadrio Curzio. Che, tuttavia, sgombra subito il campo da ogni possibile equivoco: «Quella del governatore non è una relazione sulla contingenza, ma sulla progettualità. Qui c’è l’impronta della linea che attraverserà tutto il suo mandato. Una linea ispirata dalla volontà di porre la Banca d’Italia come soggetto neutrale nei confronti delle istituzioni».
Insomma, professore: Considerazioni finali promosse a pieni voti. Anche nell’analisi sul sistema bancario, e in particolare sull’operato di Antonio Fazio e sugli scandali che hanno investito il settore? Qualche commentatore ha giudicato questa come la parte più debole dell’intervento...
«Non sono d’accordo. Nell’incipit Draghi ha trattato il tema per ciò che attiene la Banca d’Italia. Nei riguardi del suo predecessore è stato equilibrato nel distinguere le istituzioni, che restano, dalle persone, che passano. L’annuncio relativo al codice etico è molto importante: segnala la volontà di legare in un rapporto fiduciario la clientela alla vigilanza della Banca d’Italia».
Più in generale, l’Italia viene presentata come un Paese, se non proprio in declino, in forte ritardo. Quel «tornare alla crescita», il vero slogan della relazione, è emblematico della necessità di dover fare di più.
«Draghi pone l’accento sulla decelerazione economica, che da anni è marcata. C’è indubbiamente un rallentamento di produttività, un problema di dimensioni delle nostre imprese e di costi sommersi, come i procedimenti giudiziari e il peso della fiscalità, legati alla lentezza della pubblica amministrazione, che resta poco efficiente. E nel settore della distribuzione la concorrenza è limitata. Ma voglio anche ricordare, e non lo dico per mettermi in contrapposizione con Draghi, che nel settore manifatturiero abbiamo assistito a profonde ristrutturazioni, andate a buon fine. Abbiamo imprese vitali nei 156 distretti industriali e 4mila medie aziende in grado di competere con la Cina. E senza più lo strumento della svalutazione competitiva. Certo, se le riforme strutturali fossero state fatte tutto il sistema Italia avrebbe reagito».
Draghi chiede infatti un innalzamento significativo dell’età di pensionamento. Un altolà a Prodi, che vuole rimettere mano alla riforma previdenziale fatta dal governo Berlusconi?
«Le parole del governatore sono condivisibili, imposte come sono dall’aumento della vita media e dalla situazione dei conti pubblici italiani. Draghi prefigura la correzione di due punti di Pil nel 2007 per rientrare nei parametri di Maastricht e indica nel freno alla spesa corrente una delle leve su cui si deve agire. Con un maggior coinvolgimento, nel senso di responsabilizzazione, di Regioni ed Enti locali nel controllo delle spese. D’altra parte, con la tendenza al rialzo dei tassi, l’onere del debito è destinato a diventare più pesante».
Su un punto Draghi è estremamente chiaro: il cuneo fiscale è un ostacolo allo sviluppo, ma non ci sono le risorse per alleggerirne il peso.
«Qui il governatore individua il problema, ma non dà risposte. Si limita solo a ricordare che gli effetti di un eventuale spostamento del carico fiscale dal lavoro ai consumi sono tutti da verificare.
C’è il passaggio relativo alla flessibilità del mercato del lavoro che potrebbe essere interpretato come un invito a non toccare la legge Biagi...
«Credo che le parole di Draghi abbiano carattere più generale. Nel senso che la pietrificazione dei rapporti di lavoro è deleteria: se ci sono troppe rigidità, le imprese ricorrono a forme di lavoro precario».