Nelle tribune elettorali è vietato parlare di elezioni

I giornalisti invitati a intervistare i candidati devono impegnarsi a «non formulare qualsiasi riferimento al voto del 9 aprile e/o a temi di evidente rilevanza politica»

Ormai, siamo alla bar condicio. Un tempo, era un facile gioco di parole, un calembour per apprendisti da Settimana enigmistica, un esercizio di stile per bollare la mai troppo vituperata legge voluta da Oscar Luigi Scalfaro.
Oggi, invece, siamo alla bar condicio pura. Nel senso che, stando alla lettera della legge, persino nelle trasmissioni politiche, persino in quelle dove si dovrebbe parlare di politica, di politica non si può parlare. E, sempre stando alla lettera, si potrebbero fare solo discorsi da bar: il calcio, donne e motori, non ci sono più le mezze stagioni, tutto bene a casa?, mi saluti la signora, varie ed eventuali. Tutto, fuorché parlare di elezioni. Persino a Tribuna elettorale, programma che riesce a salvarsi solo grazie alla professionalità e al buon senso dei redattori della testata parlamentare della tivù di Stato.
Non scherzo. Basta leggere la dichiarazione liberatoria che viene fatta firmare ai giornalisti ospiti delle tribune Rai in vista delle elezioni del 9 e 10 aprile. Un foglio fitto fitto pieno di riferimenti a leggi, commi, delibere della vigilanza, in cui i cronisti che intervistano i leader politici dichiarano innanzitutto di non essere candidati, esponenti di partito, membri del governo, eurodeputati, consiglieri regionali o degli enti locali. E, ovviamente, fin qui, ci sta. I giornalisti che poi si candidano alle elezioni sono solo quelli imparziali per definizione come Michele Santoro, Piero Badaloni o Lilli Gruber, non quelli ospiti delle tribune con tutti i crismi e le firme della par condicio al posto giusto.
Il secondo impegno è quasi analogo, condito dell’italiano da commissione parlamentare che tanto piace agli estensori delle delibere: «Dichiaro di non ricoprire e di non aver ricoperto, ai sensi dell’articolo 4, del provvedimento emanato dalla Commissione Parlamentare per l’Indirizzo Generale e la Vigilanza dei servizi Radiotelevisivi l’1 febbraio 2006, nelle istituzioni nell’ultimo anno un ruolo che mi riconduca ai partiti e/o alle liste concorrenti».
Ma il meglio arriva all’ultimo punto «letto, approvato e sottoscritto» dai giornalisti intervistatori. Ed è il punto su cui ha scherzato a lungo Nanni Moretti che apriva e chiudeva il famigerato foglietto nello studio di Fabio Fazio, leggendone una serie di brani più divertenti del Caimano. È un po’ lungo, ma merita una lettura integrale: «Dichiaro e garantisco che nel corso della suddetta trasmissione mi asterrò da qualsiasi affermazione, dichiarazione o comportamento che possa, direttamente o anche solo indirettamente, influenzare o orientare il voto degli elettori o determinare un vantaggio per alcune delle liste e delle coalizioni concorrenti, fornire indicazioni di voto o manifestare preferenza di voto».
Tutto giusto, tutto bello. Ma continua così, in un crescendo più rosso che rossiniano, che merita il corsivo: «E mi asterrò, inoltre, dal formulare qualsiasi riferimento alle menzionate elezioni e/o a temi di evidente rilevanza politica e/o che riguardino vicende o fatti personali di personaggi politici».
Ora, che non ci si facciano i fatti propri dei singoli candidati, ci sta tutto. Ma che, alle tribune delle elezioni «si eviti qualsiasi riferimento alle elezioni» è qualcosa che va addirittura contro le regole dell’italiano. E che non si parli dei «temi di evidente rilevanza politica» è qualcosa che va addirittura contro le regole della logica. Eppure, è tutto scritto, tutto certificato, tutto messo nero su bianco, tutto firmato.
Firmato pure da me, lo confesso. Lunedì sera ho avuto l’occasione di partecipare a una conferenza stampa di questo ciclo, sorteggiato in una terna di giornalisti segnalati dall’europarlamentare dei Pensionati Carlo Fatuzzo. Il meccanismo dei cronisti indicati dai partiti - che è lo stesso in base al quale Napoletano e Sorgi hanno partecipato al faccia a faccia Berlusconi-Prodi - è abbastanza aberrante. Ma, sinceramente, devo levarmi tanto di cappello per il coraggio di Fatuzzo, esponente di un partito dell’Unione, perché ha indicato me, giornalista del Giornale, che ha le sue idee e non le nasconde. Ovviamente, a Fatuzzo non ho fatto alcuno sconto, anzi credo di avergli posto, io giornalista indicato da lui, le domande più scomode sulle sue scelte politiche.
A un certo punto, ho buttato lì anche un «riferimento alle menzionate elezioni» e a «temi di evidente rilevanza politica». È un’autodenuncia: ho fatto il giornalista.