Nelle visioni della maga i suicidi diventano delitti

Prima del caso di Dervio Maria Rosa Busi aveva già «ripescato» dal lago i coniugi Moreni. Disse: «Sono stati ammazzati». Ma si erano gettati nel lago per colpa dei debiti

Andrea Acquarone

nostro inviato a Dervio (Lecco)

Un alone di macabro «esoterismo» sembra perseguitare Tiziano Masini. Fino a qualche mese fa in nome della procura di Busto Arsizio indagava sui pentacoli, le orge e i folli omicidi di quella banda di assassini che si faceva chiamare Bestie di Satana. Adesso, che è stato trasferito a Lecco, il giovane pm si ritrova a che fare con la «maga Magò» dei laghi, con le precognizioni e soprattutto coi cadaveri introvabili che all'improvviso spuntano dalle acque. Anzi sarebbe proprio lei a farli ritrovare, Maria Rosa Busi, infermiera di professione, medium per vocazione. Chiara Bariffi, nel novembre del 2003, aveva trent'anni. L'altro ieri i volontari della Protezione civile Gruppo soccorso Sebino, partiti da Brescia su indicazione della signora «paranormale» con cui ammettono di collaborare da anni, l'hanno ripescata all'interno della sua jeep sepolta da un muro di 122 metri d'acqua. Ma la vittima non aveva le mani e piedi legati come invece ha scritto un quotidiano ieri.
Il corpo della giovane, saponificato, ma quasi integro grazie alla bassa temperatura dell'acqua, si trovava adagiato sui sedili posteriori del suo fuoristrada color amaranto. Oggi all'ospedale Alessandro Manzoni di Lecco l'autopsia. La eseguirà Paolo Tricami, lo stesso anatomopatologo cui toccò a inizio estate l'improbo compito di analizzare il cadavere di Mirko Magni, il bebè annegato nella vasca dalla mamma panettiera di Casatenovo. Dervio, braccio lecchese del lago di Como. Era sparita da quasi tre anni Chiara, fu la disperazione degli anziani genitori in primavera a portarli a bussare alla porta della chiaroveggente. Che sentenziò: «Vostra figlia è nel lago. Morta». Tutto sommato non ci voleva molto: stava tornando a casa, la ragazza, quella notte, pioveva a dirotto e la strada si era trasformata in un pantano. Qualcuno, all'indomani della scomparsa, notò una violenta frenata lungo la curva che si affaccia sull'area di sosta panoramica: le ricerche partirono proprio da lì, ma i mezzi evidentemente non erano adeguati. Il minirobot dei soccorritori, all'epoca, non raggiunse la profondità giusta. Quella per trovare Chiara.
Un «marinaio» di lungo corso come Remo Bonetti, responsabile dei soccorritori, e il suo Mercurio con telecamera capace di immergersi a meno cinquecento metri, sono riusciti dove altri avevano fallito. Ha dragato uno specchio d'acqua di trecento metri per duecento, Remo, prima di arrivare al bersaglio. Lui conosce i segreti dei laghi, venti, correnti, temperature. Sa dove andare a frugare. Adesso la maga, offesa dallo scetticismo che la circonda, replica sibillina: «Continuo ad avere visioni, penso di sapere in che modo è morta Chiara. Ho riferito tutto a sua mamma, che però mi ha chiesto di mantenere il segreto. Faccio tutto questo per aiutare chi me lo chiede, non guadagno niente. E non immaginate la fatica, il senso di angoscia nel sentire la voce di Chiara che chiede aiuto, che mi prega di uscire dall'acqua e rivivere la sua sofferenza». Misteri della trascendenza. Che non sempre quest'infermiera in diretta coll'Aldilà riesce a risolvere.
Accadde già col giallo dei Moreni. Lui si chiamava Roberto; lei Giovanna Mazzardi. Lui aveva 47 anni, lei due di meno. Dal 18 marzo dello scorso anno di loro si persero le tracce. La donna lasciò un messaggio disperato in una cassetta: «Quando ascolterete queste parole non saremo più con voi». Facile teorizzare il suicidio. Anche in quell'occasione intervenne la maga bresciana. Prima vaticinò «che erano scappati all'estero»; poi una volta riemersa dal lago la borsetta della donna, dirottò su un «sono morti assassinati». E indicò, anche in quell'occasione, il punto dove andare a cercare. Peccato che la borsa con i documenti della Mazzardi fosse già elemento sufficiente per indirizzare le perlustrazioni dei sub. Il lago era quello d'Iseo, di fronte a Tavernola Bergamasca, per la precisione. I coniugi, stabilirono le indagini, oberati da debiti avrebbero deciso di farla finita tuffandosi con la loro Mercedes da un parcheggio che sporge sul lago. Non erano fuggiti, e nemmeno erano stati ammazzati, come sosteneva Maria Rosa Busi. Degno di un spot, ma lei, l'altruismo (presunto) lo innalza di fronte al suo amore sviscerato per il prossimo. Se però al Vittoriale fosse spuntato fuori il tesoro di Dongo - quello che lei sostiene di aver individuato grazie alle voci dei morti - oggi probabilmente sarebbe una donna ricca. Prima di far, inutilmente, perforare la tomba di D'Annunzio, ottenne un documento scritto: le si riconosceva una ricca percentuale sul ritrovamento.