Nell'ex sezione di Berlinguer: "Appena in 120. E senza ideali"

Nella sede di Ponte Milvio, a Roma, reiste appena un militante su dieci: "Ma il partito dove sta andando a finire?".  Un nostalgico del vecchio Pci: "Veltroni dice di guardare 'Youdem', si può sapere cos'è?"

Roma Se lo guardi da fuori, il circolo appare ancora tra i più gagliardi della capitale: i locali sono aperti anche di lunedì sera, l’Unità è stata diligentemente sfogliata e incollata alla bacheca, pagina per pagina come si faceva una volta. C’è persino un tazebao sulla nuova Cai, scritto a mano, in chiave gaddiana: «Quer pasticciaccio brutto di Alitalia». Qui a Ponte Milvio, nei locali di quella che fu una delle più prestigiose sezioni della capitale, albergano ancora alcune tracce di storia. Ai tempi del Pci c’era iscritto Enrico Berlinguer, il segretario più amato, e ancora oggi, alle pareti, due tazebao lo ricordano, Ciao Enrico, con le foto dei militanti. Ma il tempo passa per tutti e dappertutto. E dunque anche a Ponte Milvio si toccano con mano i segni del male oscuro del Partito democratico, le sue difficoltà di radicamento, a partire dal tesseramento. Sarà anche per colpa della pioggia, ma la grande insegna a paletta, in alto, proprio sopra il cancello, è quasi del tutto staccata. Come se la nuova identità non attecchisse fino in fondo. E le tessere sono calate drasticamente: rispetto ai mille e duecento che avevano ritirato il certificato di «fondatori del Pd», solo il dieci per cento, ad oggi, ha ritirato la tessera.
Arrivo di sera e trovo due giovani militanti. Il caso vuole che nessuno dei due sia stato iscritto al Pci. Così come la segretaria, Angela Oddi (che stasera non c’è), che è approdata alla politica con la stagione ulivista. Uno dei due presenti, Emanuele Spada, ha 44 anni è tesoriere del circolo, di mestiere fa il promotore finanziario. L’altro, Giuseppe Foderaro, è un progettista di software, e cura il sito del circolo. Nel pomeriggio passeranno due persone. Un vecchio iscritto che ha visto su Raitre le immagini del giorno in cui è venuto Veltroni («Ma dove cacchio stanno, su ’sta Youdem? Io ho cercato, ma non ho trovato nulla!»). E una compagna di mezza età, alle prese con un coniuge disabile, ma piena di voglia di discutere («Se non vengo qui, dove vado?», scherza mentre saluta). Eppure basta questo piccolo campione umano per una fotografia abbastanza esatta di cosa passa per la testa della base, in queste ore. La preoccupazione per la crisi, il disagio per le dispute interne, una sorprendente e rinnovata fiducia per il segretario: chi è rimasto nel Pd non ha intenzione di disfarsi di Veltroni. Spiega infatti Emanuele: «Mi trovo di fronte a questo paradosso... Io ho sostenuto Enrico Letta, e adesso mi trovo a fare resistenza a quelli che vogliono far fuori Veltroni». La sua fiducia, lui la spiega con una efficacissima metafora calcistica: «È come quando si mette in campo l’allenatore nuovo in una squadra di sere A. Magari perde due partite per sette a zero, però non lo cambi: gli dai tempo, per vedere se riesce a costruire una buona squadra e ad esprimere gioco, o no?».
Certo, il calo non lo nega nessuno. Ma viene spiegato così: ci sono state razionalizzazioni territoriali (nuove sezioni in zone limitrofe) che hanno eroso una piccola quota di iscritti, però importante. E poi c’è un clima di incertezza: «Molti compagni - spiega ancora Emanuele - te lo dicono: prima di capire se questo partito mi può rappresentare io voglio vederci chiaro». Fino a quando? Le scadenze sono molti vicine. La prima sarà la conferenza di organizzazione di aprile. Poi le elezioni europee, e infine il congresso del partito ad autunno: i conti si fanno lì, anche per le sezioni. Anche Giuseppe non viene dal Pci: lui, ai tempi della Svolta, era socialista. Anche lui non condivide il pessimismo più spinto: «Sì, è vero, abbiamo perso. Ma adesso Obama ha vinto, il vento cambierà, no?». Per la sezione Ponte Milvio, mi raccontano, la fine del Pci ha segnato un’emorragia molto forte nella parte più attiva. Un nome per tutti: quello di Mario, lo storico meccanico di Berlinuger, che ha la sua officina proprio a un passo, sul viadotto di Corso Francia (oggi è di Rifondazione). Un tempo il segretario portava la sua Autobianchi e parlava di comunismo. Ora c’è a fianco il McDonald’s. Aggiunge Emanuele: «Ma quelli erano co-mu-nisti! Per questi compagni il comunismo era una religione, un bisogno di appartenenza fortissimo. Adesso siamo un partito di opinione, molto più esposti allo scontento». Rincara la dose Giuseppe: «Non c’è nessun paragone possibile fra il migliaio e passa di iscritti che qui aveva il Pci, e le tessere del Pd: questo è un partito tutto nuovo!». E i Ds? «Anche quello è molto diverso... Lì c’erano ancora moltissimi compagni che venivano dal Pci, che avevano quella mentalità... Oggi - e questa è una sezione con una tradizione forte! - più della metà dei compagni viene da altre storie, ed è alla prima esperienza politica». Sulle bacheche ci sono appese le circolari sul tesseramento, la biblioteca si è ridotta a una cinquantina di volumi: «Però - aggiunge Emanuele - anche la proporzione fra iscritti e voti, non è più quella del passato: a Roma, alle ultime elezioni, il Pd ha preso, con gli stessi tesserati, il 41%».
Eppure, quando ti allontani, e resta solo l’insegna con il simbolo che pende, staccato, ti pare che le rassicurazioni di chi resta siano solo metà della risposta. È vero, è cambiato tutto rispetto ai tempi di Berlinguer. Ma è nel silenzio dei novecento che non rinnovano la tessera, la spiegazione del perché si perde.