Nello scantinato spunta una nuova moschea

Claudia Passa

Un anonimo portone, un citofono e, in fondo, un’etichetta: «moschea». Capita anche questo all’Esquilino, rione multietnico della Capitale. Precisamente in via Domenichino 8 - a quattro passi dal Sisde di via Lanza e dal campanile di Santa Maria Maggiore - dove da appena tre mesi, al netto dei preparativi, ha aperto i battenti la moschea più «giovane» di Roma.
L’ubicazione (uno scantinato in affitto) mimetizza alla perfezione un ambiente strettamente ispirato alla tradizione musulmana, ricoperto di tappeti variopinti e munito dei lavabi bianchi e blu dove, mentre facciamo capolino, un nordafricano è intento a lavarsi i piedi. La media quotidiana di visitatori si aggira fra i 20 e i 30, mentre ogni venerdì si radunano per la preghiera circa 250 persone, miste per etnia. Tante, forse troppe per un locale che a colpo d’occhio sembra poterne ospitare qualche decina. E che di certo non è capiente abbastanza da poter contenere centinaia di scarpe, che difatti i fedeli di Allah, ligi all’ortodossia islamica ma evidentemente non alle regole della convivenza civile, depositano dove capita. Finanche per le scale e negli spazi condominiali. Corre poi voce nella stradina che, ad esser pignoli, qualche problema ci sarebbe, sia rispetto al regolamento condominiale che alle normative sulla sicurezza. Al punto che qualche tempo fa il Commissariato Esquilino s’è visto recapitare un esposto, salvo poi dover allargare le braccia di fronte al contratto d’affitto e allo statuto esibiti dai responsabili della moschea. Dove pare che spesso la luce resti accesa anche fino all’una della notte. Vai a capire perché.
Dal giorno delle bombe di Londra a via Domenichino non si parla d’altro. Ahmed Abdullah, egiziano, imam, accetta di parlarne col Giornale. Anche se - specifica - «non so come facciate a sapere che qui c’è una moschea». Dice di volere la pace, racconta persino d’aver chiesto udienza «col cardinale di Santa Maria Maggiore». Poi, a proposito della strage, soggiunge: «Quella non è la legge dell’Islam, è politica. Le bombe si chiamano terrorismo. E allora, le bombe che ogni giorno cadono in Iraq, come le vogliamo chiamare? È la stessa cosa...». Il terreno è scivoloso, l’esordio devastante. Poi il minuto signore sulla cinquantina, capelli brizzolati e barba incolta, corregge il tiro: «Tutto il mondo ha detto che è così - spiega -. Non tutti sono in grado di capire. I musulmani si chiedono perché l’America, la Gran Bretagna, l’Italia, non se ne siano andati dopo la deposizione di Saddam. Per aiutare il popolo iracheno? Per gli arabi non si tratta di aiuto, ma di un appropriarsi della loro terra. E rispondono con le bombe». In nome di Allah? «Chi tira le bombe non è musulmano». Ma allora, perché i musulmani moderati non fanno sentire la loro voce? Difficile ottenere una risposta. L’imam si addentra in spiegazioni d’alta sociologia, e infine svicola. Parliamo d’altro. Si sono mai presentati elementi sospetti? «È normale, ma il mio lavoro è spiegare che siamo tutti fratelli». Poi aggiunge: «Se dovesse capitare qualche persona sospetta, andrei subito dalla Polizia». Ma alla porta del Commissariato non ha mai bussato.
Gli attentati di New York, Madrid, Londra - spiega - hanno rovinato l’immagine dell’Islam. «Ora le persone mi guardano con diffidenza, sospetto, paura». Dice di soffrirne, ma ammette che è difficile dar loro torto. Poi si avvia verso via Domenichino. Un’ultima domanda: se a Roma possono sorgere le moschee, è giusto che in Arabia sia vietato costruire una Chiesa? Risposta: «È giusto. È la legge di Dio, non dell’uomo. L’Arabia Saudita è la casa di Dio, e Dio ha voluto così». Così sia.